Running: non solo fitness


Correre per me non è solo bruciare calorie, o tutelare la mia salute. Anzi, ho iniziato a correre alle superiori per un qualcosa che riguardava molto di più la mia emotività. Se per esempio un compito in classe mi andava male ed ero deluso, o se una ragazza che mi piaceva mi tirava il due di picche, c’era solo una risposta. Correre. Correvo per sfogare della rabbia che avevo, per sciogliere della tensione, per non affossarmi nella tristezza. L’attività fisica per me è sempre stata qualcosa che ha riguardato la mia psiche più che il mio corpo, non solo per far fronte alle emozioni negative, ma soprattutto per stare bene interiormente.

Ecco quindi che stavo ascoltando il mio Podcast preferito su iTunes, creato da Rich Roll, un triatleta americano che ogni settimana intervista un inspiring character per parlare di salute, fitness, nutrizione e spiritualità. Questa settimana è toccato a Sanjay Rawal, filmmaker statunitense di origini indiane. Ha parlato del suo documentario chiamato 3100 – Run and Become, in cui esplora le diverse sfaccettature della corsa, non solo come fitness, ma come caposaldo di diverse culture, essendo un mezzo di sopravvivenza e una vera e propria pratica per coltivare la propria spiritualità e crescita interiore. Qui c’è il link della puntata del Podcast, mentre qui sotto trovate il trailer del film.

 

 

Il Valore della noia

Ecco un fantastico TED talk della podcaster Manoush Zomorodi. Decisamente è uno dei migliori che abbia mai visto fino ad ora, sia come contenunto, ma soprattutto nel modo in cui è presentato. Come dice il titolo, la noia non è un sentimento da rifuggire, ma da abbracciare, perché è proprio quando ci annoiamo che il nostro cervello riesce a compiere delle connessioni profonde che possono produrre le idee più brillanti. Consideratelo un anticipo di una puntata del podcast su cui sto lavorando e che uscirà prossimamamente.

 

Letture consigliate – Living with a SEAL

Un libro che sia profondo, divertente e facile da leggere? Trovato. Jesse Itzler, un imprenditore statunitense, un bel dì decide di aumentare il livello dei suoi allenamenti, quindi chiama in casa sua un allenatore hardcore: David Goggins, ex-Navy Seal, da molti considerato l’uomo più tosto del pianeta. Il Seal accetta, ma a una condizione: Jesse dovrà fare tutto quello che Goggins gli dirà. Vi lascio immaginare come continua la storia. Levatacce al mattino presto d’inverno per fare dieci miglia di corse al parco, estenuanti sessioni di trazioni, burpees nel bel mezzo dell’ufficio prima di meeting importanti… Il povero Itzler viene messo letteralmente sotto dal Seal, e raggiungerà i limiti di ciò che crede di sapere fare, per poi superarli, tutto secondo la filosofia del suo trainer.

Quando pensi di avere esaurito le energie, in realtà sei solo al 40% di ciò che veramente puoi dare [David Goggins]

E ho avuto modo di scoprire nelle mie sessioni di allenamento che in queste parole c’è del vero.

Unleash the beast

Ok, ci siamo divertiti a fare i web designer dilettanti e disagiati. Trovo che il blueprint del nuovo sito sia soddisfacente assai. Non è di certo perfetto, ma continuerò a lavorarci su nel tempo libero, per quanto concerne grafica e collegamenti vari. Dunque ecco cosa è cambiato rispetto al vecchio sito:

  • Il Podcast. D’ora in poi gli argomenti che meritano un approfondimento mirato saranno sviscerati in puntate da 15-20 minuti visibili sulla home page in ordine cronologico.
  • Il FlashBlog. Articoli brevi, frizzantini, eterogenei ed inediti. Sarà la sezione in cui cazzeggerò di più, spaziando tra argomenti diversi (attualità, riflessioni personali, citazioni, risorse).
  • I racconti. Sono scomparsi dal sito? Sì! Li ho eliminati? Sì… Ma solo dal sito, gnogni! Sono sempre presenti su Wattpad, e li potete trovare con l’apposito link a destra.
  • Il mio aspetto. Oggi mi sono tagliato i capelli.
  • La Newsletter. Al posto di bombardare gli iscritti con e-mail fredde di notifica, penso che la cosa migliore da fare sia comunicare come persone vere, con parole vere. Quindi vi invito ad iscrivervi alla Newsletter gratuita per ricevere contenuti inediti e aggiornamenti bisettimanali sui miei progetti!

Detto questo, vi auguro una buona permanenza sul mio sito e grazie per avere volato con noi.

DuePuntoZero

E’ appena passata la mezzanotte. Io sono qua che al posto di chiudere gli occhi e riposarmi, sono a mettere a posto questo sgangherato sito. E di una cosa sono assolutamente certo. Non sto gettando il mio tempo. Io, il mio portatile Macbook, la mia musica di Spotify e un bicchiere d’acqua oramai vuoto. Sono fiero per come la situazione si sia rilanciata. Non vedo l’ora di mettere a punto il tutto per fare partire la versione 2.0 del mio sito, ma ci sto lavorando! Ho tante cose da comunicare, quindi la sezione Blog rimarrà, seppur con qualche sostanziale differenza. Gli articoli saranno più concisi, più mirati e soprattutto più frequenti. I grandi approfondimenti li lascio al mio Podcast, e la narrativa la lascio a Wattpad! Dai che si vola.

Nichilismo ottimistico – Perché la vita non è una tela già dipinta

“- Quanto manca alla vetta? – Tu sali e non pensarci!” [Friedrich Wilhelm Nietzsche]

Una sensazione piuttosto curiosa swtichare un’altra volta dalla mia amata narrativa, alla mia adorata saggistica (ho completato la serie di Lontani da Me, e se non l’avete letta, shame on you!). Avevo anticipato nell’articolo Creazionismo – Quando la scienza non ti fa sentire abbastanza importante una prosecuzione della discussione sul nostro bisogno di uno scopo assoluto. Ebbene, il momento è giunto.

Mi rincresce fare degli spoiler su quell’articolo (quindi avete a disposizione ancora qualche carattere per fiondarvi a leggerlo), ma è necessario. Tanto per riassumere il pensiero finale, sono convinto che l’evoluzionismo venga criticato non tanto perché vada in contrasto con la Bibbia o la religione, quanto perché ha levato l’uomo dal piedistallo: non più lo scopo ultimo e la più alta creazione di un entità benevola, ma il risultato deterministico di una serie di eventi. Ecco cosa va a toccare: l’importanza assoluta. E’ quella che viene minacciata, ed è quella che crea turbamento. So, let’s get into this.

C’è chi dice che religione e scienza non vanno in conflitto. In fondo molti dei grandi scienziati della storia erano anche dei credenti (si pensi a Galileo, devoto cattolico, oppure a Newton, addirittura un teologo). Anche al giorno d’oggi (sebbene, secondo le statistiche il 93% degli scienziati siano atei o agnostici), vi sono eminenti scienziati che credono in Dio (vedasi per esempio Antonino Zichichi). La mia posizione è che questi due aspetti possono essere sicuramente conciliati tra loro, ma una cosa è certa: le loro “visioni dell’universo” sono agli antipodi. Da una parte abbiamo la religione, che ci dice che vi è un’entità superiore che ci ha creati, e che questa vita è solo di passaggio e che ci aspetta il paradiso, o l’inferno dopo la morte (almeno parlando di religioni monoteistiche). Dall’altra abbiamo la scienza, che ci dice che siamo solo una minima, minima, minima, ma proprio minima minima minima parte dell’universo osservabile, su un animo pianeta, in un’anonima galassia, in un sistema di galassie ancora più anonimo, in un freddo e sconfinato universo. Bene, già questo non suona rassicurante, ma magari questo è tollerabile. Tuttavia, ora arriva la parte più dolente. La scienza ci dice anche che siamo fatti di cellule dalle più svariate funzioni che cooperano tra loro, e che un giorno la nostra esistenza finirà e di noi non rimarrà nessuna traccia, se non nei ricordi delle altre persone. Una bella descrizione, eh? Nessuno scopo, nessuna importanza assoluta, nessuna esistenza eterna. Così sentita suona uno schifo, giusto?

Ehi, intendiamoci.  Se mi si fosse messa davanti la possibilità di scegliere quali delle due, chiamiamole, dimensioni esistenziali vivere, sarebbe abbastanza sciocchino scegliere da parte mia questa realtà. Fredda, insensata, ma soprattutto finita! Mi butterei a capofitto sull’altra possibilità. E non sono l’unico a pensarla così: perfino un’atea come Margherita Hack disse in un dibattito che se potesse scegliere, sceglierebbe l’opzione religiosa, ed è giusto così, perché la volontà di sentirci importanti è nella nostra natura. Tuttavia la prima possibilità (la realtà fredda e senza scopo) ha un punto che non posso trascurare, ossia che trova riscontro nella realtà stessa, e, per quanto mi sforzi, non riesco a ignorare questo aspetto. Francamente (ma è solo il mio punto di vista) preferisco accettare ciò piuttosto che costruirmi una visione che distorga (in taluni casi anche in modo molto rilevante) la realtà solo per sentirmi meglio (almeno in apparenza). Sì, lo so che qua non si tratta solo di ragione, ma anche di fede, ma vi ho già spiegato cosa intendo io per la parola fede, e si discosta dal significato tradizionale del termine.

Questo mio modo di vedere le cose mi crea delle inquietudini? A volte, ma suppongo sia umano e naturale, ma dopo la botta iniziale passa tutto. E mi sento senza scopo? No, questo mai, e non vedo perché dovrei. Questo perché il fatto che io non riconosca uno scopo assoluto non è motivo di disperazione, ma può essere visto come un motivo di liberazione.

Il salto è breve, ma è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia molti bollano il nichilismo (ossia la mancanza di senso dell’esistenza) come prospettiva tetra, di conseguenza non la accettano e si buttano a capofitto sulla visione religiosa della realtà, semplicemente perché il fatto di essere “alla mercé dell’esistenza” può creare delle inquietudini. Quindi, a questo punto, sentendosi come persi, si cerca un porto sicuro e si cerca di trovare uno scopo, ma battendo sul senso assoluto del termine. In questo modo ci si sente al riparo da timori esistenziali, perché ci sentiamo in qualche modo coccolati e guidati.

Posso dare torto al fatto che é normale cercare uno scopo? Assolutamente no! E’ un qualcosa di fondamentale. Tuttavia credo che la scelta di battere sulla ricerca di un’importanza assoluta, non sia la strada giusta per vivere una vita al massimo delle nostre potenzialità. Perché? Perché la vedo un po’ come una scappatoia dalla realtà: ci si garantisce subito un riparo sicuro e taaac, fine. Inoltre, per la maggioranza dei casi questo non è frutto di un ragionamento, ma o di un indottrinamento forzato, oppure dell’incapacità di reggere l’alternativa, e non mi sembra un modo sano di confrontarsi con la realtà. Eppure, eppure… Sposo senza problemi il bisogno di trovare uno scopo.

Oi oi, caro Dan, stai invecchiando male. Che stai a dire? Hai appena detto che credi in un universo senza scopo, che non credi in un’importanza oggettiva! Eh, datti una calmanta, non puoi mica contraddirti dopo due righe!

Non intendo affatto farlo. E’ qui che vedo che le persone cascano. Quando prendi coscienza che l’esistenza esiste in quanto tale e bonasera, se ti fermi a questo e ti disperi, è la cosa meno intelligente che tu possa fare. Sarebbe come essere un grande artista davanti a una tela vuota e continaure a disperarsi… Perché è bianca! Se qualcuno passasse di lì, davanti a quell’artista in pena, cosa pensate che gli direbbe? Esatto: “inizia a dipingerla c********e (cetriolone)!”. Il pittore che si disperava davanti alla tela vuota, sembra il titolo di un romanzo. E il motivo a tratti è comico: questo artista vorrebbe che la tela fosse già dipinta. Aspettate, questa la devo ripetere: l’artista vorrebbe, ma proprio lo brama con tutto il suo cuore, che la tela fosse già dipinta! Un bel paradosso, eh? Un pittore, che si suppone che per definizione stessa debba dipingere, si dispera… Proprio perché deve dipingere! E la metafora calza a pennello (sì, ho appena fatto una battuta, infatti pennello era connesso al pittore, ah ah come sono divertente). Le persone che bramano la vita come un pacchetto preconfezionato non sono diverse dal pittore che vorrebbe una tela già dipinta.

Eppure è proprio il fatto che l’esistenza è fondamentalmente vuota, ci permette di riempirla come meglio crediamo. Pensiamoci bene: dato che all’universo non importa nulla della mia vita, perché a me dovrebbe importare che all’universo non importi nulla? A questo punto gli ricambio il favore. Se non gli importa nulla, significa che nel breve lasso di tempo della mia esistenza posso fare virtualmente qualunque cosa, senza limiti. Ed è qui che arriva un altro concetto fondamentale: lo scopo relativo di esistenza. Cosa intendo? Voglio dire che è quel sentimento che ci fa dire “ok, per qualche motivo sono qua, vivo e senziente in questa dimensione. Non so per quanto tempo ci starò, ma farò il possibile per riuscire ad esperirla al massimo”. Mica male, eh? Questo è come il famoso pittore di prima che a un certo punto accetta che la sua tela è vuota, linda, bianca come un manto di neve, prende in mano pennello e tavolozza e si concede la possibilità di creare un’opera d’arte, un capolavoro, una pietra miliare scolpita nell’immortalità del tempo.

La vita non è un pacchetto preconfezionato, che ci viene dato con tutto quello che dobbiamo fare, non fare e ciò che siamo destinati a compiere. La vita è un qualcosa che costruiamo noi giorno per giorno, scelta per scelta, sia consapevolmente che inconsapevolmente. Magari all’universo potrà non interessare che ho la passione di scrivere, magari a all’universo non frega se ho come obiettivo quello di entrare nel campo delle Neuroscienze. E allora? L’universo se ne stia buono per conto suo, è a me che queste cose devono interessare. Lo scopo della mia esistenza è nelle mie mani e lo decido io, sia nel bene e sia nel male.

A questo punto vi starete chiedendo. Ma Dan, che cosa può c’entrare mai questo con la crescita personale? Niente, è solo che mi diverto anche a filosofeggiare ogni tanto. No, in realtà credo che la crescita personale sia un qualcosa che vada ben oltre un paio di tecniche fornite per studiare meglio, oppure per gestire meglio le nostre emozioni. E’ un qualcosa che si può riscontrare in tutti gli ambiti, da quello più utilitaristico a quello più personale. Ecco quindi perché mi piace spaziare così tra argomenti, non è (del tutto) a caso.

Io sono certo che avete qualcosa da dire su questo articolo. Magari vi ha entusiasmato e la pensate come me, magari non la pensate come me, o magari, oltre a non pensarla come me, vorreste mettere il mio blog all’indice dei siti proibiti, come faceva la buona vecchia Inquisizione. Naaa, sto solo scherzando. Lasciatemi tutti i commenti che volete! E non dimenticate di iscrivervi al blog inserendo la mail nell’apposito pannello. Ho un elenco piuttosto lungo di articoli che vorrei pubblicare, e potreste perderveli! Traquilli, non vi sarà addebitata nessuna tassa aggiuntiva.

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Lontani da Me – Puntata 5 – finale

Ah, Lontani da Me! Siamo giunti alla puntata finale. Nella puntata 4, la nostra Emma è stata sorpresa nel locale a bere una cioccolata calda con Giacomo da menchemeno che la sua acerrima nemica. In questa fredda giornata invernale, ho il sospetto che gli animi si scalderanno un bel po’ (che battuta di merda). E quindi, inizi lo scontro.

***

Emma chiuse gli occhi. Prese un respiro. Il tempo intorno a lei si era come gelato, come in quella giornata invernale. Emma ormai era completamente anestetizzata da tutto quello che concerneva l’interruzione dei suoi momenti di gloria. Aveva provato così tante volte quella sgradevole sensazione di interruzione che ormai non le faceva più nulla. No, non era di certo incazzata per quello. Ma la sola presenza di quella Lara le dava fastidio.

«Ehi, Emma!» la chiamò Lara.

Emma si sforzò di rimanere calma, ma quando si voltò i suoi occhi trasudavano un’ira demoniaca rivolta alla ragazza sulla porta. Ovviamente non era venuta da sola, eh no. Troppo facile. Si era fatta ovviamente accompagnare dalle sue amichette del piffero, che le davano corda e la supportavano per ogni cosa superficiale che usciva sdalla sua bocca.

«Dov’eravate finiti?» starnazzò Lara. «Ho provato a chiamare entrambi ma nessuno dei due mi ha risposto!».

Giacomo intervenne, impassibile. «Ho il cellulare scarico, ed Emma… Beh, lo ha rotto».

Lara squadrò Emma con sufficienza, come se ci credesse poco. «Beh, voi due venite allora fuori oppure no?».

Emma sospirò.

«Che ti succede, Emma? Non parli?».

«No» disse lei secca. «Stiamo bene qui!».

«No?» le chiese Lara. «Preferite stare qua come dei vecchi?» chiese buttando l’occhio sulla coppia agli anziani poco distanti da loro che si voltarono verso la ragazza, sentendosi presi in causa.

«Ti ha detto di no, avrai ben capito?» intervenne Ginevra, entrata in scena con il suo solito fare irruente. Emma percepiva come se Ginevra si fosse trattenuta per tutti quegli istanti, e che a un certo punto fosse esplosa. Era comunque felice di vedere che non era l’unica a non sopportare Lara.

«Parlavo forse con te?» starnazzo Lara.

«Mi infastidiscono le persone insistenti!».

«A me invece infastidiscono i tuoi capelli multicolour!». Le due oche dietro Lara e misero una risatina in modo contenuto ma visibilmente divertito, a tratti molto fastidiosa.

Ginevra si alzò di scatto, diretta verso Lara, con lo sguardo incazzato. Emma improvvisamente si irrigidì.

Oh, cazzo. Ora si menano.

«Mi spiace che non ti piacciono i miei capelli, principessina, ma immagino che quell’alone nero sul tuo maglione sia molto più sexy!».

Lara posò lo sguardo sulla parte del maglione bianco che si vedeva al di sotto della giacca. Effettivamente un alone nero c’era. Emma non l’avevo visto prima quindi se lo doveva essere procurato alla Festa d’Inverno, in mezzo a quella marmaglia di persone. Comunque fosse, lo sguardo di Lara, imbarazzato e schifato per quel piccolo difetto estetico nell’abbigliamento, era impagabile.

Lara fulminò con lo sguardo Ginevra, che di conto non sfoderava un sorriso amichevole. Sembrava che dovessero da un momento all’altro saltarsi addosso.

Adesso si meneranno di certo.

Emma si alzò di scatto e si interpose tra le due, mentre un pacifico Giacomo stava a guardare in disparte con un mezzo sorriso senza battere ciglio, come se fosse al cinema.

Grazie mille carissimo, grazie mille di partecipare!

«Brava Emma, porta via la pazza!» strillò Lara.

In un nanosecondo sul volto di Ginevra si rimodellò in un’espressione di indescrivibile furia. Si proiettò verso l’avversaria. «Questa non la passi liscia, principessina!».

Purtroppo o per fortuna, Emma  si trovava in mezzo. Era riuscita a trattenere Ginevra, ma aveva dovuto applicare tutte le energie che aveva in corpo, perché era come cercare di contrastare un tir in extraurbana.

«Quel nero che hai sul maglione riesco anche a portartelo su quel tuo bel faccino!» abbaiò lei.

Lara emise una risatina irriverente, ma Emma poté udire (anche con un certo piacere) un’evidente punta di tremolio nella sua voce, segno che il tono aggressivo dell’amica non l’aveva di certo lasciata indifferente.

«Ginevra, calmati…» le sussurrò Emma. «Ci penso io».

«Ma con che razza di gente esci ora?» domandò la bisbetica.

Ginevra aprì la bocca, sicuramente non con intenzioni amichevoli, ma Emma la anticipò.

«Perché, non ti garba con chi esco?» chiese lei, sforzandosi di mantenere il tono più calmo e diplomatico che riusciva a sfoderare in quell’istante.

«Se a te sta bene…» disse l’altra con evidente tono di scherno.

«Credo che di certo non debba rispondere a te sulle compagnie che frequento!».

Lara scoppiò a ridere, seguita a ruota dalle altre due galline. Emma non si scompose, e fulminò tutte e tre con lo sguardo, mentre sentiva Ginevra che continuava a spingere come una macchina da guerra per proiettarsi su di loro.

«Tu, frequentare qualcuno? Ma se ogni volta per tirarti fuori da casa tua ci vuole un bulldozer!».

«E questo vi crea dei problemi?».

Emma udì la voce di Giacomo, intervenuta dal nulla.

Beh, alla buon’ora! Ce la siamo presa comoda, eh, caro?

«Cosa?» chiese Lara, evidentemente sorpresa dall’entrata in scena di Giacomo, forse quello dei tre che sopportava di più.

«Da come parli sembra che sia una cosa che ti dà fastidio!».

«Beh, ti sembra normale come cosa?».

Giacomo si alzò e le rivolse un’espressione di ghiaccio. «Francamente mi sembra meno normale che tu continui a cercare di uscire con una persona che reputi inferiore, anzi… Aspetta, non ricordo bene come l’hai definita… Ah, sì! La sfigata antisociale».

«Ma che cazzo dici? Sei fuori?» di nuovo Lara cercò di dissimulare il suo imbarazzo con una risatina, che questa volta non trovò eco dalle compari dietro di lei.

«Se io fossi al posto tuo non starei mica a perdere il mio tempo con qualcuno che non reputo alla mia altezza».

Emma era sorpresa dal tono schietto e pacato al tempo stesso con cui stava conversando Giacomo. Non capiva tuttavia dove veramente volesse andare a parare. Immaginava che ci fosse dell’altro, che non fosse tutto lì. Dal modo con cui si atteggiava, a Emma parve il classico detective dei polizeschi datati che smascherava il cattivo di turno dopo una lunga ed estenuante indagine.

«Questo» continiuò Giacomo «Non denota grande intelligenza da parte tua».

Lara alzò le spalle come per dire “Ma chi se ne infischia di quello che pensi”.

«Sai che cos’altro non denota intelligenza da parte tua? Scrivere su un certo gruppo WhatsApp mentre eri con un estraneo che poteva vedere la conversazione».

«Un gruppo?» chiese Emma, perplessa. «Che gruppo?».

Giacomo ignorò la domanda di Emma e non staccò gli occhi da una Lara, muta ed irrigidita.

«Non so di cosa…».

«Lara» Giacomo la interruppe. «Risparmiami queste risposte patetiche da film di serie zeta. Ho visto chiaramente i messaggi che mandavi sul gruppo “La sfigata antisociale”. Quando camminavamo per raggiungere il centro ed Emma se ne rimaneva indietro, quando eravamo nel mezzo della piazza alla Festa d’Inverno ed Emma non era in vista. “La sfigata rimane indietro”, “La sfigata è scomparsa, sicuramente per oggi non la rivediamo più”… Certo che ti impegnavi parecchio per sputare veleno!».

La faccia di Lara in quel momento era un tripudio vermiglio di disagio.

«Imbarazzata, cara? Avevi così tanta foga su WhatsApp, cosa ti è accaduto ora? Ah, forse perché qui c’é Emma».

Tutti i presenti puntarono gli occhi su di lei. Lara, Giacomo, Ginevra… Perfino la coppia di anziani in fondo al locale, che aveva seguito con grande interesse tutta la vicenda.

«Emma… Non crederai mica a queste cazzate?» Chiese Lara.

Emma rise. «Io? Mica sono una rincoglionita!».

I muscoli facciali dell’altra si distesero per qualche frazione di secondo.

«Sarò una permalosa, apatica, triste, sfigata, antisociale. Ma le cazzate le so riconoscere. E quelle che spari tu, AMICA, non si battono! Specialmente quelle che spari con un colpo gobbo perché non riesci a dire le cose in faccia!».

Lara si irrigidì nuovamente, colta di sorpresa dal tono aggressivo e spietato di Emma. Le altre due galline intanto avevano ben preso le distanze dalla loro amica, ancora più imbarazzate.

«Ma quanto ti piaceva, eh? Ma quanto ti piaceva invitarmi ai vostri incontri solo per sfottermi?». 

Emma si avvicinò a lei fino a quando non erano proprio faccia a faccia. Paralizzata, Lara evitava il contatto visivo, tenendo lo sguardo basso. «Poi mi dai dell’antisociale? Mi dai dell’antisociale perché evito di uscire con te? Ma ora spiegami, con una stronza come te, che cosa ti aspettavi? Che avessimo cucinato muffin tutti i pomeriggi e che ci fossimo scattate foto da mettere su Instagram con l’hashtag #BFF?».

Lara si voltò verso le sue due amiche, che la guardavano stralunate.

Davvero si aspetta una soluzione da quelle due?

Senza dire una parola, le tre si avviarono verso l’uscita, a sguardo mesto e imbarazzato.

Emma tirò un sospiro e sciolse i muscoli, che erano stati in assetto da combattimento per davvero troppo tempo. Si voltò, e rivolse sia a Giacomo e sia a Ginevra un sorriso colmo di gratitudine.

«Io…» abbozzò lei.

«Prego!» Sorrise lui. «Risparmia i convenevoli, cara!».

Emma arrossì.

Quanto adoro questo ragazzo.

«Quanto adoro questa ragazza!». Ginevra piombò su di lei, stringendola in una morsa di affetto. «Ma quanto gliele hai suonate a quella stronza!».

Emma rise, ricambiando l’abbraccio di quella che si era appena guadagnata il titolo di migliore amica.

«Allora!» Intervenne Giacomo. «Che si fa ora?».

«Intanto finiamo le cioccolate calde! Si fa per dire calde, ormai chissà come saranno!».

«Benissimo, Emma, e poi?».

«E poi potremmo uscire alla Festa d’Inverno!».

I tre si guardarono.

«Oppure…» si inserì Giacomo. «Possiamo restare qui…».

«… Al caldo, senza tutta quella gente pressante…» continuò Ginevra, ammiccando.

«… E soprattutto in tranquillità tra di noi!» Concluse Emma. «Perfettamente d’accordo!».

***

Come cantava Adele, “this is the end…”. Esattamente. Questa è la fine della nostra storia. Devo dire che dispiace un pochino anche a me. Mi stavano simpatici quei tre. Ad ogni modo, la mia narrazione finisce qui, ma la loro storia va avanti. Ho parlato con Emma, l’altro giorno (perché io mi incontro segretamente con i miei personaggi, ancor più volentieri se sono ragazze, e spero che questo venga accettato dalla mia morosa – scusa Ester!). Ad ogni modo mi ha confidato  che lei e Giacomo ora fanno coppia fissa, e sono davvero felice per loro. Ginevra si è licenziata dal locale in cui lavorava scrivendo testualmente sulla lettera di dimissioni che “si era rotta il cazzo” e adesso si barcamena tra un lavoro e l’altro sempre con il suo fare irriverente e la sua inesauribile energia. Per quanto riguarda Lara, beh… Non si sa bene che fine abbia fatto. Spero davvero che la batosta data da Emma le sia servita a qualcosa. Quello che importa è che il trio è più attivo che mai. Ogni volta che ne ha l’occasione, Emma prende la giacca ed esce di casa, incontrandosi nei luoghi più disparati con il suo cavaliere e con la sua migliore amica. Stanno addirittura pianificando un viaggio per l’estate da fare assieme. Aspettate, ma non era lei che amava la solitudine e che millantava una vita da outsider? Cosa dite, meglio non farle notare questo particolare, vero?

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Lontani da Me – Puntata 4

Rieccoci qua, people! Allora, siamo alla quarta, e penultima puntata di
Lontani da Me! Nell’ultimo episodio ci eravamo lasciati con un po’ di tribolazioni tra Emma e il suo gruppo, che tuttavia si sono risolte per il meglio, con un finale di episodio che, molto raramente, lasciava presagire un minimo di serenità per la nostra protagonista. Riusciti a evadere dal gruppo delle oche, lei e Giacomo cercano rifugio in un bar, in cui un altro personaggio farà la sua comparsa…

Ecco a voi dunque Lontani da Me – Puntata 4

***

 

«Ce l’abbiamo fatta, dunque!».

«Sì, non ci avrei mai creduto che saremmo riusciti a uscirne vivi!».

«Ah! Donna di poca fede!».

Emma rise dal tono del suo nuovo cavaliere. Erano appena entrati in un bar, rigorosamente lontano dal centro, e alla soglia avevano tirato entrambi un potente sospiro di sollievo. Emma non nascondeva a se stessa che si sarebbe aspettata di trovarsi alle spalle Lara e la sua crew da un momento all’altro, un’apparizione in stile “film dell’orrore”, in cui lo spettro faceva la sua comparsa proprio nei momenti in cui la tensione era per un’istante allentata.

Si sedettero entrambi a un tavolo vicino al muro.

Emma si guardò attorno. Il locale era semivuoto. Vedeva giusto un paio di persone che prendevano un caffé al bancone, e una coppia di anziani seduti poco distanti da loro. Emma sorrise pensando che erano gli anziani a farle compagnia. Ricordava quando sua madre le continuava a dire che se non fosse stata attenta, sarebbe invecchiata prima, anzi che era già vecchia. A Emma non erano mai interessati quel genere di commenti, la gente stampava etichette su tutti e irrimediabilmente tu te ne beccavi qualcuna. Aveva imparato ad anestetizzarsi da quel pattern, potevano chiamarla un po’ come volevano.

«Ti vedo pensierosa» asserì Giacomo.

Emma arrossì, pensando che Giacomo l’aveva guardata tutto il tempo nella sua fase di sogno a occhi aperti. In parte trovò crudele il fatto che lui non aveva osato “svegliarla”.

«Ah, tranquillo, non è nulla».

«Quindi è qualcosa».

Emma lo guardò, perplessa.

Giacomo irrise. «Se hai detto che non è nulla, vuol dire che deve essere qualcosa!».

«Sei sempre così spiritoso, caro Giacomo?».

«Solo con le belle ragazze, cara Emma!».

Il cuore di Emma le parve esplodere in petto. Giacomo era una sorpresa dietro l’altra.

«Dalla tua faccia arrossita direi proprio che non sei abituata a ricevere complimenti, il che è molto strano».

Emma fece un sorriso imbarazzato. «Ma smettila! Come la prendi la cioccolata, piuttosto?».

«Classica. Ma ho come l’impressione che tu voglia sviare l’argomento» ammiccò Giacomo.

«Allora, cosa vi porto?». Una voce gracchiante si intromise nel mezzo del discorso. Emma si voltò per focalizzarne la fonte. Era comparsa una ragazza dallo sguardo non troppo pacifico. Gli occhi scuri le ricordavano molto quelli perennemente incazzati di Letty Ortiz di Fast&Furious. Tuttavia, quello che risaltava di più  erano i suoi capelli. Corti, in parte castani, con qualche sfumatura di biondo e un pizzico di blu, tanto per vivacizzare la chioma. Di certo non amava passare inosservata.

«Ma chi si rivede!». Emma vide quel suo sguardo incazzato sciogliersi alla vista di Giacomo, addirittura condito da un sincero entusiasmo.

«Ehi!». Giacomo si alzò e la abbracciò, sotto lo sguardo perplesso di Emma, che era a metà tra il non sapere che cosa stava accadendo e il sentirsi nettamente, decisamente fuori luogo.

«Ti trovo bene!» esordì Giacomo, entusiasta. Lei gli sorrise di contro.

Ma chi è questa?

La perplessità in quel momento si era trasmutata in un velo di irritazione. Non era possibile che proprio in quell’istante, in cui Emma aveva trovato un minimo di serenità, quella stessa serenità era stata spezzata. Era la stessa sensazione che aveva provato quando era di fronte al Palaghiaccio. Anche lì si stava godendo un raro momento di pace, immediatamente spezzato dalla comparsa della sua nemica numero uno. In quell’istante, l’essenza della scena era identica. E di nuovo con una ragazza. Quella, a quanto pareva, era una giornata all’insegna dell’astio verso il genere femminile.

«E’ da un pezzo che non ti fai vedere!» urlò la ragazza, non curandosi del fatto che comunque si trovasse in un locale, in cui probabilmente lavorava dato il suo interesse verso le comande.

«Non pensavo che lavorassi qui ora!» urlò Giacomo con lo stesso volume della voce, attirando gli sguardi irati della coppia di vecchietti seduta non poco distante da loro, e creando disagio profondo nelle viscere di Emma.

«Sì, non sono qui da molto, infatti!».

«Non ti vedo così contenta però!».

«Sì, beh, mi rompe un po’ il cazzo stare qui!».

E allora perché ci lavori, genia del male?

A Emma parve un ritorno alle origini, uno sgradevole ritorno. Si sentiva terribilmente a disagio, odiava essere tagliata fuori dai discorsi altrui e starsene a guardare loro due che conversavano, come se fosse una completa estranea, capitata lì in mezzo per caso con il sapore di intrusa. Lo odiava e basta. Non è possibile che, puntualmente, ogni santa volta che decideva di fare la persona socievole o pseudo tale saltavano fuori di questi e altri problemi.

Come se avesse per magia letto i nefasti pensieri nella mente di Emma, la cameriera si voltò verso di lei con un’espressione con il sopracciglio alzato che inequivocabilmente lasciava trasparire le parole E tu chi saresti?  Il suo sgurado tuttavia non era di arroganza o di disprezzo, ma sembrava essere spinto da genuina curiosità. Giacomo fortunatamente intervenne in quel silenzio imbarazzante che si era venuto a creare.

«Lei è Emma, comunque!».

La ragazza si rivolse nuovamente verso Giacomo, sfoderando un sorriso sornione. «Mica male la tua nuova conquist!a».

Per la prima volta, Emma vide Giacomo con una punta di imbarazzo che trasudava dal suo volto. Il ragazzo abbassò il capo, per mascherare le sue emozioni, ma non passò inosservato agli occhi di Emma, che notò, tra mille palpitazioni, che Giacomo non aveva smentito la frase della ragazza.

Questi rise, percependo anche lei l’imbarazzo di Giacomo, e immediatamente tese la mano a Emma. «Piacere! Io sono Ginevra!». Emma, silenziosa, gliela strinse in maniera abbastanza diffidente, provando emozioni ambigue in quel momento e non riuscendo a decifrare la ragazza che aveva davanti.

«Cara, non mordo!» Ammiccò lei, notando il suo imbarazzo. «Cosa vi porto allora?».

«Due cioccolate calde!» Si affrettò a dire Giacomo, senza chiedere a Emma che cosa in realtà volesse ordinare. Pareva come se volesse interrompere il prima possibile quella conversazione. Ginevra annuì e sparì dietro il banco.

Emma non poté fare a meno di notare che che, quando Ginevra li ebbe lasciati da soli, Giacomo aveva tirato un microscopico sospiro di sollievo.

«Ma chi é questa?» Sussurrò Emma.

«Ginevra! La conosco da anni ormai. E’ un tipo…» Giacomo lasciò la frase in sospeso con uno sguardo perso.

«Un tipo… Affascinante?» Chiese immediatamente Emma, con un tono più di terzo grado che di curiosità. Giacomo sembrò accorgersene e si mise a ridere.

«Emma, Emma, Emma… Non dirmi che sei gelosa! In tal caso lusingato io sono!».

Beccata. Il volto di lei passò da una gradazione lievemente vermiglio a un paonazzo-violaceo.

«No…» Bofonchiò «Io…».

«Non serve che ti discolpi, cara!» Ammiccò lui. «Ma dovresti vedere di che colore sei diventata!».

Giacomo si avvicinò verso di lei. «Tranquilla! Non hai nulla da temere per Ginevra… Lei predilige un altro tipo di persone, lei è… Come dire…».

«… Lesbica! Puoi dirlo, eh! Mica ti schiaffeggio per questo!».

La voce di Ginevra fece sobbalzare entrambi. Quella ragazza aveva il dono di comparire all’improvviso nei modi meno opportuni possibili.

Giacomo la guardò, sfoderando un’espressione visibilmente imbarazzata. 

«Già fatto? Già preprato tutto? Ma che brava che sei!».

«Tu sei bravo a fare il ruffiano per distogliere gli argomenti!».

Poi si avvicinò ad Emma. «Davvero sei gelosa? Ma che dolce!» Emma si irrigidì subito per quell’improvvisa confidenza.

«Hai pensato che volevo rubarti il ragazzo?».

«Giacomo non è…».

«Quindi mi trovi carina! Sono colpita cara!» disse, tutta zucchero.

«Ehi Giacomo! Mi sa che dovresti essere tu quello geloso! Emma è proprio un bel bocconcino!» disse, accarezzandole il volto, ormai paonazzo all’inverosimile.

Giacomo e Ginevra scoppiarono in una risata fragorosa che rimbombò per tutto il locale semivuoto. «La tua faccia è impagabile!» urlarono all’unisono.

Emma, per la prima volta dopo tantissimo tempo, avvertì un’atmosfera rilassata, sentì i muscoli rilassarsi completamente, in una maniera perfettamente sincronizzata. Finalmente dalle sue corde vocali uscì una nota di allegria che non provava da parechio tempo, e si unì alla risata di quello scapestrato duo, così peculiare e intrigante.

«Ecco dov’eravate finiti!».

Emma cessò improvvisamente di ridere. Il gelo era tornato nel locale, un gelo ben diverso da quello che si avverte quando si apre una porta in pierno inverno. Emma percepiva l’aura bisbetica di Lara dietro di lei, senza nemmeno doversi voltare.

E’ sempre in mezzo alle palle, questa…

La resa dei conti finale era arrivata.

***

Oh sì, la resa dei conti sta proprio per arrivare! E così sarà con il finale, la puntata 5, che chiuderà definitivamente questa miniserie. Nel frattempo non è una cattiva idea lasciarmi un commento sul come avete trovato la puntata e, se volete rimanere aggiornati sulle future creazioni, che riguardino la narrativa, la scienza o la crescita personale, siete i benvenuti! Dovete solo riempire il campo qui sotto (o a lato) con la vostra mail per essere costantemente notificati di ogni singolo articolo. Grazie di cuore.

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Lontani da Me – Puntata 3

Buonasera, carissimi! Il terzo capitolo della miniserie Lontani da Me è alle porte, anzi è proprio qui! Nella puntata 2 avevamo aperto con un momento tragico nella vita di un giovane: la rottura del cellulare. Questo voleva dire che è stata tagliata ogni singola forma di comunicazione con Giacomo. Un vero disastro per una Emma già in ansia. E quindi via comunque, per riuscire a non fare crollare la messinscena, all’appuntamento in paese, quando chi ti incontra? Lara, ovviamente. La persona che aveva fatto di tutto per evitare. Eppure nel momento in cui ogni speranza svanisce, compare un ragazzo all’orizzonte “con il giaccone grigio e lo sguardo sereno”.

Ecco a voi dunque Lontani da Me – Puntata 3

***

Emma strabuzzò gli occhi. Era davvero lui. Un sorriso le si dipinse istintivamente sul volto. Il suo cuore era ormai diventato una locomotiva, e si accorse che la sensazione del freddo inverno nemmeno la sfiorava più.

Imbambolata com’era in quella direzione, attirò inevitabilmente l’attenzione dello sgradito gruppo, che andò con lo sguardo da quella parte. Non appena Lara si voltò nuovamente verso Emma, questa la vide assumere un espressione di ironica sorpresa.

«Ooooh».

«Uuuuh». Le fecero coro le altre.

Emma in una situazione normale, avrebbe alzato gli occhi al cielo e imprecato interiormente, con un ricco condimento di invettive verso la stupidità umana dimostrata da quei tre esemplari di mammifero. Questa volta, però, la cosa non la toccava, quasi non aveva percepito i loro versi. Aveva gli occhi fissi su Giacomo.

Il ragazzo era ancora lontano da lei, e mostrava un sorriso a trentadue denti di rimando a quello di Emma.

Lei, immediatamente, passò attraverso le tre, e si diresse verso Giacomo, che impeccertibilmente si irrigidì, pur mantenendo la sua espressione felice e serena.

«Ciao» esordì Emma con un cenno.

«Ciao».

Immediatamente la conversazione cadde in un silenzio in cui entrambi erano impegnati a guardare l’uno negli occhi dell’altra. Emma si tuffò immediatamente nel chiarore degli occhi che aveva dinnanzi a lei, quel grigio raro a metà con l’azzurro che avevano attirato la sua attenzione già dalla sera prima, in cui aveva visto per la prima volta la sua immagine profilo di Twitter.

Emma spezzò il silenzio. «Allora, ce l’hai fatta! Pensavo non venissi più!».

Giacomo sorrise. «Eri preoccupata? Ti avevo anche scritto che sarei riuscito a venire!».

Emma estrasse dalla tasca il cellulare scheggiato, e voltò il display verso di lui con uno sguardo piuttosto eloquente.

«Capito! Se scusata allora!».

Il tono ironico di Giacomo fece scoppiare lei a ridere.

«Non ci presenti il tuo nuovo amico?».

Il tono di Lara, che proveniva dalle sue spalle, la riportò brutalmente alla realtà spezzando uno di quei rari momenti in cui deponeva l’ascia di guerra con il resto del mondo.

No. Avrebbe voluto urlarle in faccia. Gira a largo.

«Piacere, Lara!» disse lei, tendendo la mano a Giacomo.

Emma la fulminò, incrociando per un istante il suo sguardo languido.

Eh, no bella! Non provare nemmeno a pensarci!

Troppe emozioni. Troppi sentimenti contrastanti. Emma si sentiva impazzire. Non poteva passare dall’angoscia, all’euforia, a una rabbia che le partiva dall’interno e che stava per esplodere.

Giacomo tese a sua volta la mano, neutro. «Piacere, Giacomo!».

«Quindi è lui che dovevi incontrare! Che scoop!» urlò Lara.

Emma si sentì ribollire. Che ci faceva quella gallina lì? Perché doveva rovinare sempre tutto? Perché non si faceva una spadellata di fatti suoi?

«Allora, voi due venite con noi alla Festa d’Inverno?».

Ma non se ne parla nemmeno! Adesso le do il benservito, e buonanotte!

Emma stava per aprire la bocca, quando udì la voce di Giacomo. E il sangue nelle vene le si gelò.

«Volentieri!».

Emma sgranò gli occhi e li puntò su Giacomo.

Volentieri? Volentieri? VOLENTIERI? Ma è completamente impazzito?

Lara esplose in un’espressione compiaciuta. «Ottimo! Andiamo allora!».

Iniziarono a camminare. Le due amiche di Lara, le stavano vicine, mentre lei cercava in tutti i modi di attirare l’attenzione di Giacomo, non smettendo mai di rivolgergli la parola.

Emma se ne stava in disparte, con lo sguardo basso e lo stomaco che si contorceva senza sosta.

Brava, bravissima, Emma! Hai avuto proprio un’ottima idea! Uscire, incontrare Giacomo! Sì, la mia salvezza, proprio! E ora via verso quella festa di paese. Quanto deve essere crudele il destino con me. Quanto…

«… Emma?».

Improvvisamente la voce gentile di Giacomo la chiamò.

«Cosa vuoi?» chiese, cercando inutilmente di dissimulare il suo inviperimento.

«Stai bene?».

No, cazzo! Voglio solo andarmene a casa, lontana da tutti voi!

«Sì» rispose lei telegrafica.

Giacomo le sorrise. Lei lo fulminò con lo sguardo.

Il sorriso di Giuda.

Man mano che si avvicinavano al centro del paese, l’atmosfera si faceva meno silenziosa. Le strade, deserte fino a poche decine di metri prima, erano ghermite di ciò da cui Emma amava tenersi a debita distanza: persone. Il tempo uggioso non aveva di certo fermato le frotte di visitatori che accorrevano anche dai paesi limitrofi e a stento riusciva a camminare. Ovunque si girasse si sentiva soffocare, dovendo sgomitare tra la folla. La classica musica folk avvolgeva tutto il centro, e le bancarelle si susseguivano una dietro l’altra proponendo i cibi e le suppellettili più assurde. Emma assunse un’espressione scura, ottenebrata dal disagio che provava in quel momento.

Assorta com’era, nei suoi pensieri e nelle sue invettive, si rese conto che aveva perso di vista il gruppo. Li cercò in lungo e in largo con lo sguardo, scrutando la folla con attenzione. Era come trovare un ago in un pagliaio, sul serio. Avanzò ancora, spingendosi tra la folla a suon di “scusate, scusate”, ma nulla.

Che se ne vadano tutti a quel paese! Io me ne torno a casa!

Si stava iniziando a dirigere sulla via di casa, quando improvvisamente si sentì afferrare. Emma si irrigidì.

«Stai scappando?». Giacomo era comparso all’improvviso e le rivolgeva un altro di quei suoi sorrisi.

Emma non rispose. Giacomo la guidò delicatamente in mezzo alla folla, ma Emma inchiodò.

«Senti, Giacomo!» esordì lei infastidita. «Te lo devo dire. Non ho nessuna voglia di stare qui!».

«Oh, ma nemmeno io!» sorrise lui.

Ma cosa sta dicendo?

Emma era perplessa, ma si lasciò trascinare da lui. L’irrigidimento era passato e si sentiva stranamente rilassata.

Si districarono ancora un po’ in mezzo alle persone e arrivarono in un punto in cui finalmente la folla si diradava. Emma potè finalmente respirare di nuovo.

«Tutto bene? Ti vedo cadaverica!».

Come fai a startene sempre così tranquillo?

«Sì, tutto bene! Piuttosto… Dove mi hai portata?».

«Lontano dalla folla così ti posso rapire senza che mi vedano!».

Emma lo squadrò, e Giacomo si mise a ridere di gusto. «Tu sei troppo tesa, Emma!».

Dinnanzi a quella reazione, Emma arrossì. Non si aspettava un Giacomo così estroverso. Lo aveva immaginato più timido e impacciato, più come lei.

«Cosa intendevi prima quando mi hai detto che nemmeno tu volevi venire qua?».

«La verità».

«Ma allora perché hai accettato con un sorrisone di venirci, con quelle là poi?».

«Riflettici Emma… Ci avrebbero lasciati in pace se avessi detto di no?».

Conoscendo Lara, probabilmente no. Si sarebbe attaccata a noi come una cozza, spalleggiata da quelle altre due oche.

«Devo ammettere che sei furbo!» disse lei, distendendo finalmente i nervi.

«Semplicemente conosco quel genere di persone… Così superficiali, così…».

«… Vuote» completò Emma.

Era contenta di avere finalmente davanti agli occhi il Giacomo che sentiva essere quello autentico, sulla sua lunghezza d’onda. Si dispiaceva per averlo giudicato male poco prima, quando aveva accettato l’invito. Forse gli bruciava ancor di più l’esserci cascata in pieno nella sua piccola commedia.

«Beh sei stato convincente».

«Anni e anni di dura pratica» ammiccò lui. «Senti, per quanto riguarda il pattinare, dicevi sul serio per messaggio?».

Emma abbassò il capo, ancora imbarazzata per quella richiesta fatta così all’improvviso, con poca lucidità. Si era resa conto poco più tardi di avere proprio sbagliato tutto: non è che avesse tutta questa grande passione per il pattinaggio.

«No, perché…» continuò Giacomo. «Pattinare non è che sia questa mia grande passione».

A Emma brillarono gli occhi.

«Piuttosto… Una cioccolata calda ti va?».

Una richiesta così semplice, ma un effetto quasi etereo. Una rara sintonia di cui si era ormai rassegnata di provare. Il groviglio di emozioni che celava nel suo cuore le provocò una sola, ed unica risposta, che si materializzò nell’annuire convinto condito da un sorriso genuino.

***

Ma come sono romantico! Eh, avrete capito anche voi che tra i nostri due protagonisti c’è del, come dire, feeling. Un po’ come cantavano i Black Eyed Peas “I gotta feeling that in the fourth episode of Lontani da Me things will go deeper”. E se lo dicono i Back Eyed Peas non potete non crederci. Nel frattempo vi invito a lasciarmi un commento (uno vero, perché in questo periodo ne ricevo a dozzine, ma da parte di utenti che promuovono la loro nuova formula rivitalizzante viso o che ne so io). E, se vi va, iscrivetevi al blog lasciando nella casellina il vostro bell’indirizzo mail! Io non faccio pubblicità di rivitalizzanti viso, promesso! Vi manderò una mail solo quando è strettamente necessario, ergo un nuovo articolo è uscito!

Ci vediamo dunque la prossima settimana!

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo.

Lontani da me – Puntata 2

Bentrovati, carissimi. Eravamo nella puntata 1, e abbiamo fatto la conoscenza della nostra giovane protagonista dalla singolare indole, che per l’ennesima volta, fugge via da un gruppo di coetanei, per rifugiarsi sotto le coperte, ma è lì che incontra il misterioso Giacomo Varenti. Ma cosa avete capito? Lo incontra (anzi, lo re-incontra) su twitter, smanettando con il cellulare. Un’esperienza che le scalda il cuore in quella serata invernale e le permette di cadere senza problemi tra le braccia di Morfeo. Tuttavia l’idillio si spezza, il giorno dopo, in cui è chiamata a rapporto per partecipare alla festa di paese. Lei non intende farlo, in nessun caso, e si inventa l’uscita con Giacomo. Ora come riuscirà a fare stare in piedi il suo sipario?

Ecco a voi, dunque, Lontani da Me – Puntata 2.

***

Emma sapeva di non avere molto tempo a disposizione. Doveva muoversi in fretta. I secondi erano scanditi inesorabilmente, e lei aveva già procrastinato abbastanza la sua decisione di intraprendere trepidamente l’opzione numero due.

Mentre pigiava furiosamente sul suo telefono per dirigersi sul social dell’uccellino azzurro la sua mente continuava a proiettare situazioni. Se Giacomo non avesse risposto il palco sarebbe crollato e buonanotte a tutti. Se Giacomo invece avesse risposto… Come avrebbe fatto a fargli capire la situazione?

Il pollice di Emma si diresse immediatamente sui messaggi privati di Twitter, trovando il contatto dal nickname @GVarenti in prima linea. Si perse per un’istante a rileggere di sfuggita la breve conversazione della sera prima. Si rese conto di provare nuovamente quella curiosa sensazione di farfalle nello stomaco.

Cosa doveva scrivere? Quale sarebbe stato il modo migliore per formulare il suo pensiero? Emma non tardò molto a rielaborare i concetti. Scrisse le prime parole che le venivano in mente.

Ciao, Giacomo! Oggi hai da fare? Se per te va bene, ci possiamo incontrare davanti al palaghiaccio tra mezz’ora?

Si diede della stupida. Osservò i messaggi che si erano scambiati la sera prima, in cui lei non faceva altro che esaltare la tranquillità, il calore della casa e la stupidità delle persone che devono per forza uscire sempre, perché altrimenti non sono contente. Invece, con quel messaggio si stava contraddicendo. Tra le righe vi era chiaramente scritto a caratteri cubitali

GUARDA COME SONO SPERIKOLATA AD ANDARE A PATTINARE! CHE POVERY QUELLI CHE NON CI VANNO! xD PERKE NON TI UNISCI A ME? xoxo!

Sì, indubbiamente le costava parecchio l’invio di quel messaggio.

Indietro però non si torna.

Emma doveva muoversi. Se conosceva bene sua madre entro qualche secondo avrebbe dovuto sentirla urlare dalle scale.

«Emma, sei pronta?». Puntualissima, come al solito.

«Arrivo!».

Si vestì con una fretta che non aveva mai sperimentato la domenica. L’ansia che aveva addosso in quell’istante l’aveva definitivamente strappata dal tepore del letto e l’aveva costretta brutalmente a mettersi la maschera da ragazza attiva e intrepida. Per ogni capo di abbigliamento messo si precipitava sul cellulare per controllare eventuali risposte, ma ad ogni sblocco frenetico corrispondeva puntualmente una schermata vuota. Quando Emma fu pronta con addosso i canonici jeans e un maglione bianco strappato dall’armadio senza troppi complimenti, si diresse immediatamente fuori dalla stanza. Sapeva che non poteva rallentare troppo. Era sul filo della lama, e quella era l’ultima possibilità che sua madre sembrava darle, dopodiché alla libertà e al pacifico riposo avrebbe detto addio.

Guardava ancora lo schermo nero del telefono, sperando in una risposta, quando imboccò la rampa di scale per recarsi al pianterreno.

Avanti, rispondi, perché non rispondi?

Assorta nelle sue preoccupazioni, Emma non vedeva nemmeno dove andava. Bastò un piede messo male per farle perdere l’equilibrio. I pensieri diretti allo sfuggente @GVarenti furono immediatamente sostituiti da quella sgradevole sensazione di vuoto che ti fa ricordare di essere una mortale, e come tale basta poco per lasciarci le penne.

Emma cercò disperatamente di riprendere il controllo del corpo agitando furiosamente le braccia, ma cacciò un urlo quando si sentì definitivamente cadere.

«Non si dovrebbe stare al telefonino mentre si scendono le scale, signorina».

La voce rassicurante di suo padre, Claudio, le arrivò nell’esatto istante in cui avvertì la solida presa con la quale riuscì a riprendere l’equilibrio e ad aggrapparsi al corrimano, ansimando ancora per quei pochissimi istanti di vuoto.

«Per fortuna stavo salendo!». Le iridi grige di suo padre la trafissero con un autorevole monito.

«Io… Grazie, papà!» bofonchiò lei.

«Tutto bene, Emma? Sembri agitata! Non sembri dell’umore giusto per incontrare… Il principe azzurro!» ammiccò Claudio, scherzosamente.

Ansimando, Emma riuscì a mollare un sospiro. Lui amava spesso prenderla in giro per il fatto che sua figlia avesse costantemente respinto qualsiasi ragazzo che si era presentato alla porta di casa. Dato il suo atteggiamento, non era di certo un padre iperprotettivo o conservatore che tirava fuori la doppietta ogni volta che un nuovo pretendente si faceva avanti. La cosa che lo divertiva più di tutte era punzecchiarla su un certo Enrico. Il poveretto, innamorato perso di lei, incassava ogni tentativo che Emma sfoderava per allontanarlo, e ogni volta ripartiva alla carica, più furente che mai. L’ultima volta si era addirittura presentato direttamente a casa sua con un enorme cesto di fiori che con i pigmenti dei petali formavano in uno strabiliante motivo la scritta “EMMA” seguita da un cuore. Le altre ragazze si sarebbero sciolte per questo gesto, o perlomeno si sarebbero fermate ad ammirare la composizione, gongolandosi con loro stesse per avere fatto colpo su un gradevole esemplare di maschio. Emma, tuttavia, non si era mostrata di quell’avviso. Quando suo padre l’aveva chiamata alla porta di ingresso, per ragguagliarla sull’arrivo di Enrico, lei, giunta dinnanzi al prode cavaliere, aveva alzato gli occhi al cielo e aveva sbattuto la porta in faccia al poveretto con una freddezza artica. Quello, per tutta risposta, aveva svuotato il contenuto floreale sul pavimento della veranda, scaraventandovi con violenza il cesto e andandosene a testa bassa con le mani in tasca.

«Quindi?» domandò Claudio. «Mi ha detto la mamma che lo incontrerai al palaghiaccio! Proprio tu che hai sempre odiato pattinare, che ogni volta che volevo portare anche tua sorella mi facevi dannare! Questo tipo deve avere un bell’effetto su di te. Come si chiama? Giovanni?».

«Giacomo…» sospirò Emma.

Perché tutti le facevano il terzo grado? Non lo sopportava. In fondo non stava facendo nulla di così trascentale: stava solo andando a incontrare un ragazzo… Che ancora non aveva risposto, e lei bramava una risposta come non mai.

Si accorse di non avere più il cellulare in mano in mano. Emma si tastò le tasche per controllare se per caso lo avesse riposto là. Nulla.

Oh no. No, cazzo, non è possibile.

Voltò leggermente il capo verso il pavimento del pianterreno al di là del corrimano e il suo smarphone era lì. Peggio che mai, il costoso device riposava inerme con lo schermo rivolto verso il suolo. Brutto segno, pessimo segno. L’orrore si dipinse sul volto della ragazza, che si precipitò immediatamente al piano di sotto ignorando i richiami di prudenza del padre. Con una velocità eccezionale si raggiunse il malcapitato oggetto e lo afferrò con la mano tremante. Chiuse gli occhi e voltò lo schermo dalla sua parte.

No, ti prego, non ora.

Quando li riaprì, sussultò. Una voce dentro di lei avrebbe voluti gridare a squarciagola. Una serie di rotture piuttoso evidenti erano comparse sul vetro. Visto così, a Emma parve lo sfondo della siglia della serie televisiva britannica Black Mirror.

Impanicata, provò a sbloccare in modo compulsivo lo schermo del cellulare. Era completamente morto. Sudando freddo, tenne premuto il tasto dell’accensione, sperando in un riavvio, ma la sorte non le veniva incontro. Il verdetto era stato stabilito. Il suo smartphone si poteva dire andato.

Emma udì la voce di sua madre provenire dal soggiorno.

«Vogliamo andare?».

«A-arrivo» balbettò, Emma, uscendo di casa in tutta fretta e salendo in macchina.

Emma era in preda a un raptus di pensieri, una preoccupazione generava quella successiva in una reazione a catena senza fine.

Cellulare rotto, nessuna possibilità di contattarlo, non so se ha visto il messaggio, e ho solo dieci minuti per inventarmi qualcosa.

«Allora». Gisella interruppe il suo flusso di pensieri. «Perché quella faccia?».

Emma fulminò sua madre con lo sguardo, per quel tono irriverente e sarcastico.

«Ah, voi giovani. Senza il cellulare siete prioprio persi. Come fai a sapere se arriverà?».

«Arriverà, lo so» rispose Emma, acida, senza nemmeno guardare in faccia la sua interlocutrice, che si zittì, colta da quel tono.

La sua mente stava già iniziando a elaborare ogni tipo di scusa. Era un vortice di pensieri che non si acquietava. Emma di certo non voleva mollare la presa, e andare a quella ridicola sagra di paese. Eppure non era così difficile da comprendere, come situazione. Lei se ne stava a casa e gli altri uscivano. Perché non poteva essere così? Cosa c’era di complicato? Ad ogni modo, in quel momento continuare a battere su quel chiodo non serviva a nulla. Doveva procedere.

Emma teneva ancora il cellulare in mano, quando si stavano avvicinando in prossimità alla pista di pattinaggio. Lo sguardo di Emma era come impazzito, e scrutava ogni singolo angolo della strada per riuscire a riconoscere qualcuno che somigliasse alla foto profilo di Giacomo.

«Dove ti lascio allora?».

«Qui!» rispose pronta Emma. «Qui è perfetto!».

Sua madre accostò, perplessa dal tono, a tratti così piccato.

«Per che ora avevate l’appuntamento?».

«Più o meno per adesso…» rispose Emma in modo distratto. Scrutava con gli occhi vispi la strada. Non era così piena, ma di quelle poche persone, nessuno assomigliava a Giacomo.

E se non lo dovessi riconoscere?

Sensi di ansia le presero le viscere. Più i suoi occhi si muovevano, più era cosciente che Giacomo non c’era. Forse non sarebbe mai arrivato, forse non aveva letto il messaggio, o forse, se lo aveva letto, l’aveva bollata come una pazza e hasta la vista.

Comunque fosse, Emma si disse che non poteva aspettare ancora in quella macchina, altrimenti il suo cuore le sarebbe esploso.

«Bene, allora… Grazie del passaggio! E ci vediamo nel pomeriggio!» disse, mentre usciva impacciata, in tutta fretta, dall’automobile.

«Ma aspetta! Non è nemmeno arrivato!». Cercò di fermarla sua madre.

«Sì, ma mi ha detto che arriverà!».

«Quando lo hai saputo, che hai il cellulare rotto?».

Emma era stanca di quel terzo grado, voleva solo la sua agognata tranquillità.

«Ci vediamo, mamma!» la liquidò caustica, chiudendo lo sportello con un tocco non esattamente delicato.

Senza aspettare risposta, che sicuramente si sarebbe tradotta in una qualche replica, Emma si allontanò a passo svelto, con il cuore ancora a mille. Aveva bisogno di calmarsi, di stare un poco da sola. Non ne poteva più di incontri vuoti, feste di paese e interrogatori in famiglia. Ne aveva le tasche piene di tutto.

Con la coda nell’occhio aveva notato l’auto di sua madre che tornava in carreggiata e si dirigeva verso casa, e questo le aveva donato un minimo di sollievo. Finalmente era sola.

Respirò con aria beata a pieni polmoni quell’aria gelida che solo l’inverno le poteva offrire.

Un momento di pausa, finalmente.

«Emma?».

Una voce stridente le fece salire un brivido attraverso la schiena.

No.

Quella fu l’unica parola che comparve nel suo cranio, spezzando il silenzio della sua psiche come il rumore di qualcosa che si spezza.

«Ma non dovevi andare in montagna?».

E’ ancora più sgradevole dell’ultima volta.

La faccia bisbetica di Lara era comparsa, come un’apparizione, o meglio, come una persecuzione.

Emma la guardò. Tutta in ghingheri come sempre, manco dovesse andare al ballo del principe, e sempre, costantemente con le sue due amichette, dalla risata (fastidiosa) facile. Tutte e tre con quel loro sguardo metà vacuo e metà snob.

Quando si dice, non puoi fuggire dal tuo destino.

«Ehi, Emma, ci sei?» ripetè Lara, sventolandole il palmo davanti la faccia, come per testare la sua presenza mentale.

Le altre due reagirono con una risatina da perfette oche, a volere fare da spalle alla loro BFF.

Emma non ci voleva credere. Si era sbattuta come un uovo per riuscire a evitarle, e bang, le aveva trovate lì. Che senso dell’ironia, la sorte.

«Ma invece voi non dovevate essere alla Festa d’Inverno?» chiese Emma, cercando di apparire sicura per sviare dal discorso.

«Ci andiamo più tardi» asserì Lara. «Vuoi venire con noi?».

Come non potevo aspettarmi una domanda del genere? Ma questa ancora non l’ha capito che non mi va di averla nel raggio dei 100 km circostanti?

«Non posso» disse Emma, perentoria.

«Cosa vuol dire che non puoi? Sei qua da sola! Che cos’altro hai da fare?».

Qualcunque cosa che mi faccia rimanere lontana da voi.

«Devi incontrare qualcun altro?» chiese Lara, sbattendo le ciglia.

«Uuuuuuuh». Le altre due, in sincrono, emisero il classico verso stupito da gatte morte.

Ma figurati, sono stata anche una sciocca a pensare di incontrare Giacomo, qui. Lui non verrà, questo è certo.

Emma non aveva nemmeno finito il pensiero, che i suoi occhi si illuminarono. A meno di venti metri da lei era comparso un ragazzo con un giaccone grigio e il volto sereno. Lei sentì il cuore scaldarsi.

***

Arrivati fino in fondo indenni? Mi auguro di sì! Spero proprio che il capitolo vi abbia coinvolto! Come sempre, lasciatemi un commento (è gratis, non dovete avere paura), e, se vi gira, potreste pensare di iscrivervi al blog, inserendo la vostra mail nel pannello a lato (o sotto se state leggendo da telefono), così sarete aggiornati per quando uscirà… La puntata 3 (e anche tutti gli strabilianti contenuti futuri).

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo