Lontani da Me – Puntata 5 – finale

Ah, Lontani da Me! Siamo giunti alla puntata finale. Nella puntata 4, la nostra Emma è stata sorpresa nel locale a bere una cioccolata calda con Giacomo da menchemeno che la sua acerrima nemica. In questa fredda giornata invernale, ho il sospetto che gli animi si scalderanno un bel po’ (che battuta di merda). E quindi, inizi lo scontro.

***

Emma chiuse gli occhi. Prese un respiro. Il tempo intorno a lei si era come gelato, come in quella giornata invernale. Emma ormai era completamente anestetizzata da tutto quello che concerneva l’interruzione dei suoi momenti di gloria. Aveva provato così tante volte quella sgradevole sensazione di interruzione che ormai non le faceva più nulla. No, non era di certo incazzata per quello. Ma la sola presenza di quella Lara le dava fastidio.

«Ehi, Emma!» la chiamò Lara.

Emma si sforzò di rimanere calma, ma quando si voltò i suoi occhi trasudavano un’ira demoniaca rivolta alla ragazza sulla porta. Ovviamente non era venuta da sola, eh no. Troppo facile. Si era fatta ovviamente accompagnare dalle sue amichette del piffero, che le davano corda e la supportavano per ogni cosa superficiale che usciva sdalla sua bocca.

«Dov’eravate finiti?» starnazzò Lara. «Ho provato a chiamare entrambi ma nessuno dei due mi ha risposto!».

Giacomo intervenne, impassibile. «Ho il cellulare scarico, ed Emma… Beh, lo ha rotto».

Lara squadrò Emma con sufficienza, come se ci credesse poco. «Beh, voi due venite allora fuori oppure no?».

Emma sospirò.

«Che ti succede, Emma? Non parli?».

«No» disse lei secca. «Stiamo bene qui!».

«No?» le chiese Lara. «Preferite stare qua come dei vecchi?» chiese buttando l’occhio sulla coppia agli anziani poco distanti da loro che si voltarono verso la ragazza, sentendosi presi in causa.

«Ti ha detto di no, avrai ben capito?» intervenne Ginevra, entrata in scena con il suo solito fare irruente. Emma percepiva come se Ginevra si fosse trattenuta per tutti quegli istanti, e che a un certo punto fosse esplosa. Era comunque felice di vedere che non era l’unica a non sopportare Lara.

«Parlavo forse con te?» starnazzo Lara.

«Mi infastidiscono le persone insistenti!».

«A me invece infastidiscono i tuoi capelli multicolour!». Le due oche dietro Lara e misero una risatina in modo contenuto ma visibilmente divertito, a tratti molto fastidiosa.

Ginevra si alzò di scatto, diretta verso Lara, con lo sguardo incazzato. Emma improvvisamente si irrigidì.

Oh, cazzo. Ora si menano.

«Mi spiace che non ti piacciono i miei capelli, principessina, ma immagino che quell’alone nero sul tuo maglione sia molto più sexy!».

Lara posò lo sguardo sulla parte del maglione bianco che si vedeva al di sotto della giacca. Effettivamente un alone nero c’era. Emma non l’avevo visto prima quindi se lo doveva essere procurato alla Festa d’Inverno, in mezzo a quella marmaglia di persone. Comunque fosse, lo sguardo di Lara, imbarazzato e schifato per quel piccolo difetto estetico nell’abbigliamento, era impagabile.

Lara fulminò con lo sguardo Ginevra, che di conto non sfoderava un sorriso amichevole. Sembrava che dovessero da un momento all’altro saltarsi addosso.

Adesso si meneranno di certo.

Emma si alzò di scatto e si interpose tra le due, mentre un pacifico Giacomo stava a guardare in disparte con un mezzo sorriso senza battere ciglio, come se fosse al cinema.

Grazie mille carissimo, grazie mille di partecipare!

«Brava Emma, porta via la pazza!» strillò Lara.

In un nanosecondo sul volto di Ginevra si rimodellò in un’espressione di indescrivibile furia. Si proiettò verso l’avversaria. «Questa non la passi liscia, principessina!».

Purtroppo o per fortuna, Emma  si trovava in mezzo. Era riuscita a trattenere Ginevra, ma aveva dovuto applicare tutte le energie che aveva in corpo, perché era come cercare di contrastare un tir in extraurbana.

«Quel nero che hai sul maglione riesco anche a portartelo su quel tuo bel faccino!» abbaiò lei.

Lara emise una risatina irriverente, ma Emma poté udire (anche con un certo piacere) un’evidente punta di tremolio nella sua voce, segno che il tono aggressivo dell’amica non l’aveva di certo lasciata indifferente.

«Ginevra, calmati…» le sussurrò Emma. «Ci penso io».

«Ma con che razza di gente esci ora?» domandò la bisbetica.

Ginevra aprì la bocca, sicuramente non con intenzioni amichevoli, ma Emma la anticipò.

«Perché, non ti garba con chi esco?» chiese lei, sforzandosi di mantenere il tono più calmo e diplomatico che riusciva a sfoderare in quell’istante.

«Se a te sta bene…» disse l’altra con evidente tono di scherno.

«Credo che di certo non debba rispondere a te sulle compagnie che frequento!».

Lara scoppiò a ridere, seguita a ruota dalle altre due galline. Emma non si scompose, e fulminò tutte e tre con lo sguardo, mentre sentiva Ginevra che continuava a spingere come una macchina da guerra per proiettarsi su di loro.

«Tu, frequentare qualcuno? Ma se ogni volta per tirarti fuori da casa tua ci vuole un bulldozer!».

«E questo vi crea dei problemi?».

Emma udì la voce di Giacomo, intervenuta dal nulla.

Beh, alla buon’ora! Ce la siamo presa comoda, eh, caro?

«Cosa?» chiese Lara, evidentemente sorpresa dall’entrata in scena di Giacomo, forse quello dei tre che sopportava di più.

«Da come parli sembra che sia una cosa che ti dà fastidio!».

«Beh, ti sembra normale come cosa?».

Giacomo si alzò e le rivolse un’espressione di ghiaccio. «Francamente mi sembra meno normale che tu continui a cercare di uscire con una persona che reputi inferiore, anzi… Aspetta, non ricordo bene come l’hai definita… Ah, sì! La sfigata antisociale».

«Ma che cazzo dici? Sei fuori?» di nuovo Lara cercò di dissimulare il suo imbarazzo con una risatina, che questa volta non trovò eco dalle compari dietro di lei.

«Se io fossi al posto tuo non starei mica a perdere il mio tempo con qualcuno che non reputo alla mia altezza».

Emma era sorpresa dal tono schietto e pacato al tempo stesso con cui stava conversando Giacomo. Non capiva tuttavia dove veramente volesse andare a parare. Immaginava che ci fosse dell’altro, che non fosse tutto lì. Dal modo con cui si atteggiava, a Emma parve il classico detective dei polizeschi datati che smascherava il cattivo di turno dopo una lunga ed estenuante indagine.

«Questo» continiuò Giacomo «Non denota grande intelligenza da parte tua».

Lara alzò le spalle come per dire “Ma chi se ne infischia di quello che pensi”.

«Sai che cos’altro non denota intelligenza da parte tua? Scrivere su un certo gruppo WhatsApp mentre eri con un estraneo che poteva vedere la conversazione».

«Un gruppo?» chiese Emma, perplessa. «Che gruppo?».

Giacomo ignorò la domanda di Emma e non staccò gli occhi da una Lara, muta ed irrigidita.

«Non so di cosa…».

«Lara» Giacomo la interruppe. «Risparmiami queste risposte patetiche da film di serie zeta. Ho visto chiaramente i messaggi che mandavi sul gruppo “La sfigata antisociale”. Quando camminavamo per raggiungere il centro ed Emma se ne rimaneva indietro, quando eravamo nel mezzo della piazza alla Festa d’Inverno ed Emma non era in vista. “La sfigata rimane indietro”, “La sfigata è scomparsa, sicuramente per oggi non la rivediamo più”… Certo che ti impegnavi parecchio per sputare veleno!».

La faccia di Lara in quel momento era un tripudio vermiglio di disagio.

«Imbarazzata, cara? Avevi così tanta foga su WhatsApp, cosa ti è accaduto ora? Ah, forse perché qui c’é Emma».

Tutti i presenti puntarono gli occhi su di lei. Lara, Giacomo, Ginevra… Perfino la coppia di anziani in fondo al locale, che aveva seguito con grande interesse tutta la vicenda.

«Emma… Non crederai mica a queste cazzate?» Chiese Lara.

Emma rise. «Io? Mica sono una rincoglionita!».

I muscoli facciali dell’altra si distesero per qualche frazione di secondo.

«Sarò una permalosa, apatica, triste, sfigata, antisociale. Ma le cazzate le so riconoscere. E quelle che spari tu, AMICA, non si battono! Specialmente quelle che spari con un colpo gobbo perché non riesci a dire le cose in faccia!».

Lara si irrigidì nuovamente, colta di sorpresa dal tono aggressivo e spietato di Emma. Le altre due galline intanto avevano ben preso le distanze dalla loro amica, ancora più imbarazzate.

«Ma quanto ti piaceva, eh? Ma quanto ti piaceva invitarmi ai vostri incontri solo per sfottermi?». 

Emma si avvicinò a lei fino a quando non erano proprio faccia a faccia. Paralizzata, Lara evitava il contatto visivo, tenendo lo sguardo basso. «Poi mi dai dell’antisociale? Mi dai dell’antisociale perché evito di uscire con te? Ma ora spiegami, con una stronza come te, che cosa ti aspettavi? Che avessimo cucinato muffin tutti i pomeriggi e che ci fossimo scattate foto da mettere su Instagram con l’hashtag #BFF?».

Lara si voltò verso le sue due amiche, che la guardavano stralunate.

Davvero si aspetta una soluzione da quelle due?

Senza dire una parola, le tre si avviarono verso l’uscita, a sguardo mesto e imbarazzato.

Emma tirò un sospiro e sciolse i muscoli, che erano stati in assetto da combattimento per davvero troppo tempo. Si voltò, e rivolse sia a Giacomo e sia a Ginevra un sorriso colmo di gratitudine.

«Io…» abbozzò lei.

«Prego!» Sorrise lui. «Risparmia i convenevoli, cara!».

Emma arrossì.

Quanto adoro questo ragazzo.

«Quanto adoro questa ragazza!». Ginevra piombò su di lei, stringendola in una morsa di affetto. «Ma quanto gliele hai suonate a quella stronza!».

Emma rise, ricambiando l’abbraccio di quella che si era appena guadagnata il titolo di migliore amica.

«Allora!» Intervenne Giacomo. «Che si fa ora?».

«Intanto finiamo le cioccolate calde! Si fa per dire calde, ormai chissà come saranno!».

«Benissimo, Emma, e poi?».

«E poi potremmo uscire alla Festa d’Inverno!».

I tre si guardarono.

«Oppure…» si inserì Giacomo. «Possiamo restare qui…».

«… Al caldo, senza tutta quella gente pressante…» continuò Ginevra, ammiccando.

«… E soprattutto in tranquillità tra di noi!» Concluse Emma. «Perfettamente d’accordo!».

***

Come cantava Adele, “this is the end…”. Esattamente. Questa è la fine della nostra storia. Devo dire che dispiace un pochino anche a me. Mi stavano simpatici quei tre. Ad ogni modo, la mia narrazione finisce qui, ma la loro storia va avanti. Ho parlato con Emma, l’altro giorno (perché io mi incontro segretamente con i miei personaggi, ancor più volentieri se sono ragazze, e spero che questo venga accettato dalla mia morosa – scusa Ester!). Ad ogni modo mi ha confidato  che lei e Giacomo ora fanno coppia fissa, e sono davvero felice per loro. Ginevra si è licenziata dal locale in cui lavorava scrivendo testualmente sulla lettera di dimissioni che “si era rotta il cazzo” e adesso si barcamena tra un lavoro e l’altro sempre con il suo fare irriverente e la sua inesauribile energia. Per quanto riguarda Lara, beh… Non si sa bene che fine abbia fatto. Spero davvero che la batosta data da Emma le sia servita a qualcosa. Quello che importa è che il trio è più attivo che mai. Ogni volta che ne ha l’occasione, Emma prende la giacca ed esce di casa, incontrandosi nei luoghi più disparati con il suo cavaliere e con la sua migliore amica. Stanno addirittura pianificando un viaggio per l’estate da fare assieme. Aspettate, ma non era lei che amava la solitudine e che millantava una vita da outsider? Cosa dite, meglio non farle notare questo particolare, vero?

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Lontani da Me – Puntata 4

Rieccoci qua, people! Allora, siamo alla quarta, e penultima puntata di
Lontani da Me! Nell’ultimo episodio ci eravamo lasciati con un po’ di tribolazioni tra Emma e il suo gruppo, che tuttavia si sono risolte per il meglio, con un finale di episodio che, molto raramente, lasciava presagire un minimo di serenità per la nostra protagonista. Riusciti a evadere dal gruppo delle oche, lei e Giacomo cercano rifugio in un bar, in cui un altro personaggio farà la sua comparsa…

Ecco a voi dunque Lontani da Me – Puntata 4

***

 

«Ce l’abbiamo fatta, dunque!».

«Sì, non ci avrei mai creduto che saremmo riusciti a uscirne vivi!».

«Ah! Donna di poca fede!».

Emma rise dal tono del suo nuovo cavaliere. Erano appena entrati in un bar, rigorosamente lontano dal centro, e alla soglia avevano tirato entrambi un potente sospiro di sollievo. Emma non nascondeva a se stessa che si sarebbe aspettata di trovarsi alle spalle Lara e la sua crew da un momento all’altro, un’apparizione in stile “film dell’orrore”, in cui lo spettro faceva la sua comparsa proprio nei momenti in cui la tensione era per un’istante allentata.

Si sedettero entrambi a un tavolo vicino al muro.

Emma si guardò attorno. Il locale era semivuoto. Vedeva giusto un paio di persone che prendevano un caffé al bancone, e una coppia di anziani seduti poco distanti da loro. Emma sorrise pensando che erano gli anziani a farle compagnia. Ricordava quando sua madre le continuava a dire che se non fosse stata attenta, sarebbe invecchiata prima, anzi che era già vecchia. A Emma non erano mai interessati quel genere di commenti, la gente stampava etichette su tutti e irrimediabilmente tu te ne beccavi qualcuna. Aveva imparato ad anestetizzarsi da quel pattern, potevano chiamarla un po’ come volevano.

«Ti vedo pensierosa» asserì Giacomo.

Emma arrossì, pensando che Giacomo l’aveva guardata tutto il tempo nella sua fase di sogno a occhi aperti. In parte trovò crudele il fatto che lui non aveva osato “svegliarla”.

«Ah, tranquillo, non è nulla».

«Quindi è qualcosa».

Emma lo guardò, perplessa.

Giacomo irrise. «Se hai detto che non è nulla, vuol dire che deve essere qualcosa!».

«Sei sempre così spiritoso, caro Giacomo?».

«Solo con le belle ragazze, cara Emma!».

Il cuore di Emma le parve esplodere in petto. Giacomo era una sorpresa dietro l’altra.

«Dalla tua faccia arrossita direi proprio che non sei abituata a ricevere complimenti, il che è molto strano».

Emma fece un sorriso imbarazzato. «Ma smettila! Come la prendi la cioccolata, piuttosto?».

«Classica. Ma ho come l’impressione che tu voglia sviare l’argomento» ammiccò Giacomo.

«Allora, cosa vi porto?». Una voce gracchiante si intromise nel mezzo del discorso. Emma si voltò per focalizzarne la fonte. Era comparsa una ragazza dallo sguardo non troppo pacifico. Gli occhi scuri le ricordavano molto quelli perennemente incazzati di Letty Ortiz di Fast&Furious. Tuttavia, quello che risaltava di più  erano i suoi capelli. Corti, in parte castani, con qualche sfumatura di biondo e un pizzico di blu, tanto per vivacizzare la chioma. Di certo non amava passare inosservata.

«Ma chi si rivede!». Emma vide quel suo sguardo incazzato sciogliersi alla vista di Giacomo, addirittura condito da un sincero entusiasmo.

«Ehi!». Giacomo si alzò e la abbracciò, sotto lo sguardo perplesso di Emma, che era a metà tra il non sapere che cosa stava accadendo e il sentirsi nettamente, decisamente fuori luogo.

«Ti trovo bene!» esordì Giacomo, entusiasta. Lei gli sorrise di contro.

Ma chi è questa?

La perplessità in quel momento si era trasmutata in un velo di irritazione. Non era possibile che proprio in quell’istante, in cui Emma aveva trovato un minimo di serenità, quella stessa serenità era stata spezzata. Era la stessa sensazione che aveva provato quando era di fronte al Palaghiaccio. Anche lì si stava godendo un raro momento di pace, immediatamente spezzato dalla comparsa della sua nemica numero uno. In quell’istante, l’essenza della scena era identica. E di nuovo con una ragazza. Quella, a quanto pareva, era una giornata all’insegna dell’astio verso il genere femminile.

«E’ da un pezzo che non ti fai vedere!» urlò la ragazza, non curandosi del fatto che comunque si trovasse in un locale, in cui probabilmente lavorava dato il suo interesse verso le comande.

«Non pensavo che lavorassi qui ora!» urlò Giacomo con lo stesso volume della voce, attirando gli sguardi irati della coppia di vecchietti seduta non poco distante da loro, e creando disagio profondo nelle viscere di Emma.

«Sì, non sono qui da molto, infatti!».

«Non ti vedo così contenta però!».

«Sì, beh, mi rompe un po’ il cazzo stare qui!».

E allora perché ci lavori, genia del male?

A Emma parve un ritorno alle origini, uno sgradevole ritorno. Si sentiva terribilmente a disagio, odiava essere tagliata fuori dai discorsi altrui e starsene a guardare loro due che conversavano, come se fosse una completa estranea, capitata lì in mezzo per caso con il sapore di intrusa. Lo odiava e basta. Non è possibile che, puntualmente, ogni santa volta che decideva di fare la persona socievole o pseudo tale saltavano fuori di questi e altri problemi.

Come se avesse per magia letto i nefasti pensieri nella mente di Emma, la cameriera si voltò verso di lei con un’espressione con il sopracciglio alzato che inequivocabilmente lasciava trasparire le parole E tu chi saresti?  Il suo sgurado tuttavia non era di arroganza o di disprezzo, ma sembrava essere spinto da genuina curiosità. Giacomo fortunatamente intervenne in quel silenzio imbarazzante che si era venuto a creare.

«Lei è Emma, comunque!».

La ragazza si rivolse nuovamente verso Giacomo, sfoderando un sorriso sornione. «Mica male la tua nuova conquist!a».

Per la prima volta, Emma vide Giacomo con una punta di imbarazzo che trasudava dal suo volto. Il ragazzo abbassò il capo, per mascherare le sue emozioni, ma non passò inosservato agli occhi di Emma, che notò, tra mille palpitazioni, che Giacomo non aveva smentito la frase della ragazza.

Questi rise, percependo anche lei l’imbarazzo di Giacomo, e immediatamente tese la mano a Emma. «Piacere! Io sono Ginevra!». Emma, silenziosa, gliela strinse in maniera abbastanza diffidente, provando emozioni ambigue in quel momento e non riuscendo a decifrare la ragazza che aveva davanti.

«Cara, non mordo!» Ammiccò lei, notando il suo imbarazzo. «Cosa vi porto allora?».

«Due cioccolate calde!» Si affrettò a dire Giacomo, senza chiedere a Emma che cosa in realtà volesse ordinare. Pareva come se volesse interrompere il prima possibile quella conversazione. Ginevra annuì e sparì dietro il banco.

Emma non poté fare a meno di notare che che, quando Ginevra li ebbe lasciati da soli, Giacomo aveva tirato un microscopico sospiro di sollievo.

«Ma chi é questa?» Sussurrò Emma.

«Ginevra! La conosco da anni ormai. E’ un tipo…» Giacomo lasciò la frase in sospeso con uno sguardo perso.

«Un tipo… Affascinante?» Chiese immediatamente Emma, con un tono più di terzo grado che di curiosità. Giacomo sembrò accorgersene e si mise a ridere.

«Emma, Emma, Emma… Non dirmi che sei gelosa! In tal caso lusingato io sono!».

Beccata. Il volto di lei passò da una gradazione lievemente vermiglio a un paonazzo-violaceo.

«No…» Bofonchiò «Io…».

«Non serve che ti discolpi, cara!» Ammiccò lui. «Ma dovresti vedere di che colore sei diventata!».

Giacomo si avvicinò verso di lei. «Tranquilla! Non hai nulla da temere per Ginevra… Lei predilige un altro tipo di persone, lei è… Come dire…».

«… Lesbica! Puoi dirlo, eh! Mica ti schiaffeggio per questo!».

La voce di Ginevra fece sobbalzare entrambi. Quella ragazza aveva il dono di comparire all’improvviso nei modi meno opportuni possibili.

Giacomo la guardò, sfoderando un’espressione visibilmente imbarazzata. 

«Già fatto? Già preprato tutto? Ma che brava che sei!».

«Tu sei bravo a fare il ruffiano per distogliere gli argomenti!».

Poi si avvicinò ad Emma. «Davvero sei gelosa? Ma che dolce!» Emma si irrigidì subito per quell’improvvisa confidenza.

«Hai pensato che volevo rubarti il ragazzo?».

«Giacomo non è…».

«Quindi mi trovi carina! Sono colpita cara!» disse, tutta zucchero.

«Ehi Giacomo! Mi sa che dovresti essere tu quello geloso! Emma è proprio un bel bocconcino!» disse, accarezzandole il volto, ormai paonazzo all’inverosimile.

Giacomo e Ginevra scoppiarono in una risata fragorosa che rimbombò per tutto il locale semivuoto. «La tua faccia è impagabile!» urlarono all’unisono.

Emma, per la prima volta dopo tantissimo tempo, avvertì un’atmosfera rilassata, sentì i muscoli rilassarsi completamente, in una maniera perfettamente sincronizzata. Finalmente dalle sue corde vocali uscì una nota di allegria che non provava da parechio tempo, e si unì alla risata di quello scapestrato duo, così peculiare e intrigante.

«Ecco dov’eravate finiti!».

Emma cessò improvvisamente di ridere. Il gelo era tornato nel locale, un gelo ben diverso da quello che si avverte quando si apre una porta in pierno inverno. Emma percepiva l’aura bisbetica di Lara dietro di lei, senza nemmeno doversi voltare.

E’ sempre in mezzo alle palle, questa…

La resa dei conti finale era arrivata.

***

Oh sì, la resa dei conti sta proprio per arrivare! E così sarà con il finale, la puntata 5, che chiuderà definitivamente questa miniserie. Nel frattempo non è una cattiva idea lasciarmi un commento sul come avete trovato la puntata e, se volete rimanere aggiornati sulle future creazioni, che riguardino la narrativa, la scienza o la crescita personale, siete i benvenuti! Dovete solo riempire il campo qui sotto (o a lato) con la vostra mail per essere costantemente notificati di ogni singolo articolo. Grazie di cuore.

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Lontani da Me – Puntata 3

Buonasera, carissimi! Il terzo capitolo della miniserie Lontani da Me è alle porte, anzi è proprio qui! Nella puntata 2 avevamo aperto con un momento tragico nella vita di un giovane: la rottura del cellulare. Questo voleva dire che è stata tagliata ogni singola forma di comunicazione con Giacomo. Un vero disastro per una Emma già in ansia. E quindi via comunque, per riuscire a non fare crollare la messinscena, all’appuntamento in paese, quando chi ti incontra? Lara, ovviamente. La persona che aveva fatto di tutto per evitare. Eppure nel momento in cui ogni speranza svanisce, compare un ragazzo all’orizzonte “con il giaccone grigio e lo sguardo sereno”.

Ecco a voi dunque Lontani da Me – Puntata 3

***

Emma strabuzzò gli occhi. Era davvero lui. Un sorriso le si dipinse istintivamente sul volto. Il suo cuore era ormai diventato una locomotiva, e si accorse che la sensazione del freddo inverno nemmeno la sfiorava più.

Imbambolata com’era in quella direzione, attirò inevitabilmente l’attenzione dello sgradito gruppo, che andò con lo sguardo da quella parte. Non appena Lara si voltò nuovamente verso Emma, questa la vide assumere un espressione di ironica sorpresa.

«Ooooh».

«Uuuuh». Le fecero coro le altre.

Emma in una situazione normale, avrebbe alzato gli occhi al cielo e imprecato interiormente, con un ricco condimento di invettive verso la stupidità umana dimostrata da quei tre esemplari di mammifero. Questa volta, però, la cosa non la toccava, quasi non aveva percepito i loro versi. Aveva gli occhi fissi su Giacomo.

Il ragazzo era ancora lontano da lei, e mostrava un sorriso a trentadue denti di rimando a quello di Emma.

Lei, immediatamente, passò attraverso le tre, e si diresse verso Giacomo, che impeccertibilmente si irrigidì, pur mantenendo la sua espressione felice e serena.

«Ciao» esordì Emma con un cenno.

«Ciao».

Immediatamente la conversazione cadde in un silenzio in cui entrambi erano impegnati a guardare l’uno negli occhi dell’altra. Emma si tuffò immediatamente nel chiarore degli occhi che aveva dinnanzi a lei, quel grigio raro a metà con l’azzurro che avevano attirato la sua attenzione già dalla sera prima, in cui aveva visto per la prima volta la sua immagine profilo di Twitter.

Emma spezzò il silenzio. «Allora, ce l’hai fatta! Pensavo non venissi più!».

Giacomo sorrise. «Eri preoccupata? Ti avevo anche scritto che sarei riuscito a venire!».

Emma estrasse dalla tasca il cellulare scheggiato, e voltò il display verso di lui con uno sguardo piuttosto eloquente.

«Capito! Se scusata allora!».

Il tono ironico di Giacomo fece scoppiare lei a ridere.

«Non ci presenti il tuo nuovo amico?».

Il tono di Lara, che proveniva dalle sue spalle, la riportò brutalmente alla realtà spezzando uno di quei rari momenti in cui deponeva l’ascia di guerra con il resto del mondo.

No. Avrebbe voluto urlarle in faccia. Gira a largo.

«Piacere, Lara!» disse lei, tendendo la mano a Giacomo.

Emma la fulminò, incrociando per un istante il suo sguardo languido.

Eh, no bella! Non provare nemmeno a pensarci!

Troppe emozioni. Troppi sentimenti contrastanti. Emma si sentiva impazzire. Non poteva passare dall’angoscia, all’euforia, a una rabbia che le partiva dall’interno e che stava per esplodere.

Giacomo tese a sua volta la mano, neutro. «Piacere, Giacomo!».

«Quindi è lui che dovevi incontrare! Che scoop!» urlò Lara.

Emma si sentì ribollire. Che ci faceva quella gallina lì? Perché doveva rovinare sempre tutto? Perché non si faceva una spadellata di fatti suoi?

«Allora, voi due venite con noi alla Festa d’Inverno?».

Ma non se ne parla nemmeno! Adesso le do il benservito, e buonanotte!

Emma stava per aprire la bocca, quando udì la voce di Giacomo. E il sangue nelle vene le si gelò.

«Volentieri!».

Emma sgranò gli occhi e li puntò su Giacomo.

Volentieri? Volentieri? VOLENTIERI? Ma è completamente impazzito?

Lara esplose in un’espressione compiaciuta. «Ottimo! Andiamo allora!».

Iniziarono a camminare. Le due amiche di Lara, le stavano vicine, mentre lei cercava in tutti i modi di attirare l’attenzione di Giacomo, non smettendo mai di rivolgergli la parola.

Emma se ne stava in disparte, con lo sguardo basso e lo stomaco che si contorceva senza sosta.

Brava, bravissima, Emma! Hai avuto proprio un’ottima idea! Uscire, incontrare Giacomo! Sì, la mia salvezza, proprio! E ora via verso quella festa di paese. Quanto deve essere crudele il destino con me. Quanto…

«… Emma?».

Improvvisamente la voce gentile di Giacomo la chiamò.

«Cosa vuoi?» chiese, cercando inutilmente di dissimulare il suo inviperimento.

«Stai bene?».

No, cazzo! Voglio solo andarmene a casa, lontana da tutti voi!

«Sì» rispose lei telegrafica.

Giacomo le sorrise. Lei lo fulminò con lo sguardo.

Il sorriso di Giuda.

Man mano che si avvicinavano al centro del paese, l’atmosfera si faceva meno silenziosa. Le strade, deserte fino a poche decine di metri prima, erano ghermite di ciò da cui Emma amava tenersi a debita distanza: persone. Il tempo uggioso non aveva di certo fermato le frotte di visitatori che accorrevano anche dai paesi limitrofi e a stento riusciva a camminare. Ovunque si girasse si sentiva soffocare, dovendo sgomitare tra la folla. La classica musica folk avvolgeva tutto il centro, e le bancarelle si susseguivano una dietro l’altra proponendo i cibi e le suppellettili più assurde. Emma assunse un’espressione scura, ottenebrata dal disagio che provava in quel momento.

Assorta com’era, nei suoi pensieri e nelle sue invettive, si rese conto che aveva perso di vista il gruppo. Li cercò in lungo e in largo con lo sguardo, scrutando la folla con attenzione. Era come trovare un ago in un pagliaio, sul serio. Avanzò ancora, spingendosi tra la folla a suon di “scusate, scusate”, ma nulla.

Che se ne vadano tutti a quel paese! Io me ne torno a casa!

Si stava iniziando a dirigere sulla via di casa, quando improvvisamente si sentì afferrare. Emma si irrigidì.

«Stai scappando?». Giacomo era comparso all’improvviso e le rivolgeva un altro di quei suoi sorrisi.

Emma non rispose. Giacomo la guidò delicatamente in mezzo alla folla, ma Emma inchiodò.

«Senti, Giacomo!» esordì lei infastidita. «Te lo devo dire. Non ho nessuna voglia di stare qui!».

«Oh, ma nemmeno io!» sorrise lui.

Ma cosa sta dicendo?

Emma era perplessa, ma si lasciò trascinare da lui. L’irrigidimento era passato e si sentiva stranamente rilassata.

Si districarono ancora un po’ in mezzo alle persone e arrivarono in un punto in cui finalmente la folla si diradava. Emma potè finalmente respirare di nuovo.

«Tutto bene? Ti vedo cadaverica!».

Come fai a startene sempre così tranquillo?

«Sì, tutto bene! Piuttosto… Dove mi hai portata?».

«Lontano dalla folla così ti posso rapire senza che mi vedano!».

Emma lo squadrò, e Giacomo si mise a ridere di gusto. «Tu sei troppo tesa, Emma!».

Dinnanzi a quella reazione, Emma arrossì. Non si aspettava un Giacomo così estroverso. Lo aveva immaginato più timido e impacciato, più come lei.

«Cosa intendevi prima quando mi hai detto che nemmeno tu volevi venire qua?».

«La verità».

«Ma allora perché hai accettato con un sorrisone di venirci, con quelle là poi?».

«Riflettici Emma… Ci avrebbero lasciati in pace se avessi detto di no?».

Conoscendo Lara, probabilmente no. Si sarebbe attaccata a noi come una cozza, spalleggiata da quelle altre due oche.

«Devo ammettere che sei furbo!» disse lei, distendendo finalmente i nervi.

«Semplicemente conosco quel genere di persone… Così superficiali, così…».

«… Vuote» completò Emma.

Era contenta di avere finalmente davanti agli occhi il Giacomo che sentiva essere quello autentico, sulla sua lunghezza d’onda. Si dispiaceva per averlo giudicato male poco prima, quando aveva accettato l’invito. Forse gli bruciava ancor di più l’esserci cascata in pieno nella sua piccola commedia.

«Beh sei stato convincente».

«Anni e anni di dura pratica» ammiccò lui. «Senti, per quanto riguarda il pattinare, dicevi sul serio per messaggio?».

Emma abbassò il capo, ancora imbarazzata per quella richiesta fatta così all’improvviso, con poca lucidità. Si era resa conto poco più tardi di avere proprio sbagliato tutto: non è che avesse tutta questa grande passione per il pattinaggio.

«No, perché…» continuò Giacomo. «Pattinare non è che sia questa mia grande passione».

A Emma brillarono gli occhi.

«Piuttosto… Una cioccolata calda ti va?».

Una richiesta così semplice, ma un effetto quasi etereo. Una rara sintonia di cui si era ormai rassegnata di provare. Il groviglio di emozioni che celava nel suo cuore le provocò una sola, ed unica risposta, che si materializzò nell’annuire convinto condito da un sorriso genuino.

***

Ma come sono romantico! Eh, avrete capito anche voi che tra i nostri due protagonisti c’è del, come dire, feeling. Un po’ come cantavano i Black Eyed Peas “I gotta feeling that in the fourth episode of Lontani da Me things will go deeper”. E se lo dicono i Back Eyed Peas non potete non crederci. Nel frattempo vi invito a lasciarmi un commento (uno vero, perché in questo periodo ne ricevo a dozzine, ma da parte di utenti che promuovono la loro nuova formula rivitalizzante viso o che ne so io). E, se vi va, iscrivetevi al blog lasciando nella casellina il vostro bell’indirizzo mail! Io non faccio pubblicità di rivitalizzanti viso, promesso! Vi manderò una mail solo quando è strettamente necessario, ergo un nuovo articolo è uscito!

Ci vediamo dunque la prossima settimana!

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo.

Lontani da me – Puntata 2

Bentrovati, carissimi. Eravamo nella puntata 1, e abbiamo fatto la conoscenza della nostra giovane protagonista dalla singolare indole, che per l’ennesima volta, fugge via da un gruppo di coetanei, per rifugiarsi sotto le coperte, ma è lì che incontra il misterioso Giacomo Varenti. Ma cosa avete capito? Lo incontra (anzi, lo re-incontra) su twitter, smanettando con il cellulare. Un’esperienza che le scalda il cuore in quella serata invernale e le permette di cadere senza problemi tra le braccia di Morfeo. Tuttavia l’idillio si spezza, il giorno dopo, in cui è chiamata a rapporto per partecipare alla festa di paese. Lei non intende farlo, in nessun caso, e si inventa l’uscita con Giacomo. Ora come riuscirà a fare stare in piedi il suo sipario?

Ecco a voi, dunque, Lontani da Me – Puntata 2.

***

Emma sapeva di non avere molto tempo a disposizione. Doveva muoversi in fretta. I secondi erano scanditi inesorabilmente, e lei aveva già procrastinato abbastanza la sua decisione di intraprendere trepidamente l’opzione numero due.

Mentre pigiava furiosamente sul suo telefono per dirigersi sul social dell’uccellino azzurro la sua mente continuava a proiettare situazioni. Se Giacomo non avesse risposto il palco sarebbe crollato e buonanotte a tutti. Se Giacomo invece avesse risposto… Come avrebbe fatto a fargli capire la situazione?

Il pollice di Emma si diresse immediatamente sui messaggi privati di Twitter, trovando il contatto dal nickname @GVarenti in prima linea. Si perse per un’istante a rileggere di sfuggita la breve conversazione della sera prima. Si rese conto di provare nuovamente quella curiosa sensazione di farfalle nello stomaco.

Cosa doveva scrivere? Quale sarebbe stato il modo migliore per formulare il suo pensiero? Emma non tardò molto a rielaborare i concetti. Scrisse le prime parole che le venivano in mente.

Ciao, Giacomo! Oggi hai da fare? Se per te va bene, ci possiamo incontrare davanti al palaghiaccio tra mezz’ora?

Si diede della stupida. Osservò i messaggi che si erano scambiati la sera prima, in cui lei non faceva altro che esaltare la tranquillità, il calore della casa e la stupidità delle persone che devono per forza uscire sempre, perché altrimenti non sono contente. Invece, con quel messaggio si stava contraddicendo. Tra le righe vi era chiaramente scritto a caratteri cubitali

GUARDA COME SONO SPERIKOLATA AD ANDARE A PATTINARE! CHE POVERY QUELLI CHE NON CI VANNO! xD PERKE NON TI UNISCI A ME? xoxo!

Sì, indubbiamente le costava parecchio l’invio di quel messaggio.

Indietro però non si torna.

Emma doveva muoversi. Se conosceva bene sua madre entro qualche secondo avrebbe dovuto sentirla urlare dalle scale.

«Emma, sei pronta?». Puntualissima, come al solito.

«Arrivo!».

Si vestì con una fretta che non aveva mai sperimentato la domenica. L’ansia che aveva addosso in quell’istante l’aveva definitivamente strappata dal tepore del letto e l’aveva costretta brutalmente a mettersi la maschera da ragazza attiva e intrepida. Per ogni capo di abbigliamento messo si precipitava sul cellulare per controllare eventuali risposte, ma ad ogni sblocco frenetico corrispondeva puntualmente una schermata vuota. Quando Emma fu pronta con addosso i canonici jeans e un maglione bianco strappato dall’armadio senza troppi complimenti, si diresse immediatamente fuori dalla stanza. Sapeva che non poteva rallentare troppo. Era sul filo della lama, e quella era l’ultima possibilità che sua madre sembrava darle, dopodiché alla libertà e al pacifico riposo avrebbe detto addio.

Guardava ancora lo schermo nero del telefono, sperando in una risposta, quando imboccò la rampa di scale per recarsi al pianterreno.

Avanti, rispondi, perché non rispondi?

Assorta nelle sue preoccupazioni, Emma non vedeva nemmeno dove andava. Bastò un piede messo male per farle perdere l’equilibrio. I pensieri diretti allo sfuggente @GVarenti furono immediatamente sostituiti da quella sgradevole sensazione di vuoto che ti fa ricordare di essere una mortale, e come tale basta poco per lasciarci le penne.

Emma cercò disperatamente di riprendere il controllo del corpo agitando furiosamente le braccia, ma cacciò un urlo quando si sentì definitivamente cadere.

«Non si dovrebbe stare al telefonino mentre si scendono le scale, signorina».

La voce rassicurante di suo padre, Claudio, le arrivò nell’esatto istante in cui avvertì la solida presa con la quale riuscì a riprendere l’equilibrio e ad aggrapparsi al corrimano, ansimando ancora per quei pochissimi istanti di vuoto.

«Per fortuna stavo salendo!». Le iridi grige di suo padre la trafissero con un autorevole monito.

«Io… Grazie, papà!» bofonchiò lei.

«Tutto bene, Emma? Sembri agitata! Non sembri dell’umore giusto per incontrare… Il principe azzurro!» ammiccò Claudio, scherzosamente.

Ansimando, Emma riuscì a mollare un sospiro. Lui amava spesso prenderla in giro per il fatto che sua figlia avesse costantemente respinto qualsiasi ragazzo che si era presentato alla porta di casa. Dato il suo atteggiamento, non era di certo un padre iperprotettivo o conservatore che tirava fuori la doppietta ogni volta che un nuovo pretendente si faceva avanti. La cosa che lo divertiva più di tutte era punzecchiarla su un certo Enrico. Il poveretto, innamorato perso di lei, incassava ogni tentativo che Emma sfoderava per allontanarlo, e ogni volta ripartiva alla carica, più furente che mai. L’ultima volta si era addirittura presentato direttamente a casa sua con un enorme cesto di fiori che con i pigmenti dei petali formavano in uno strabiliante motivo la scritta “EMMA” seguita da un cuore. Le altre ragazze si sarebbero sciolte per questo gesto, o perlomeno si sarebbero fermate ad ammirare la composizione, gongolandosi con loro stesse per avere fatto colpo su un gradevole esemplare di maschio. Emma, tuttavia, non si era mostrata di quell’avviso. Quando suo padre l’aveva chiamata alla porta di ingresso, per ragguagliarla sull’arrivo di Enrico, lei, giunta dinnanzi al prode cavaliere, aveva alzato gli occhi al cielo e aveva sbattuto la porta in faccia al poveretto con una freddezza artica. Quello, per tutta risposta, aveva svuotato il contenuto floreale sul pavimento della veranda, scaraventandovi con violenza il cesto e andandosene a testa bassa con le mani in tasca.

«Quindi?» domandò Claudio. «Mi ha detto la mamma che lo incontrerai al palaghiaccio! Proprio tu che hai sempre odiato pattinare, che ogni volta che volevo portare anche tua sorella mi facevi dannare! Questo tipo deve avere un bell’effetto su di te. Come si chiama? Giovanni?».

«Giacomo…» sospirò Emma.

Perché tutti le facevano il terzo grado? Non lo sopportava. In fondo non stava facendo nulla di così trascentale: stava solo andando a incontrare un ragazzo… Che ancora non aveva risposto, e lei bramava una risposta come non mai.

Si accorse di non avere più il cellulare in mano in mano. Emma si tastò le tasche per controllare se per caso lo avesse riposto là. Nulla.

Oh no. No, cazzo, non è possibile.

Voltò leggermente il capo verso il pavimento del pianterreno al di là del corrimano e il suo smarphone era lì. Peggio che mai, il costoso device riposava inerme con lo schermo rivolto verso il suolo. Brutto segno, pessimo segno. L’orrore si dipinse sul volto della ragazza, che si precipitò immediatamente al piano di sotto ignorando i richiami di prudenza del padre. Con una velocità eccezionale si raggiunse il malcapitato oggetto e lo afferrò con la mano tremante. Chiuse gli occhi e voltò lo schermo dalla sua parte.

No, ti prego, non ora.

Quando li riaprì, sussultò. Una voce dentro di lei avrebbe voluti gridare a squarciagola. Una serie di rotture piuttoso evidenti erano comparse sul vetro. Visto così, a Emma parve lo sfondo della siglia della serie televisiva britannica Black Mirror.

Impanicata, provò a sbloccare in modo compulsivo lo schermo del cellulare. Era completamente morto. Sudando freddo, tenne premuto il tasto dell’accensione, sperando in un riavvio, ma la sorte non le veniva incontro. Il verdetto era stato stabilito. Il suo smartphone si poteva dire andato.

Emma udì la voce di sua madre provenire dal soggiorno.

«Vogliamo andare?».

«A-arrivo» balbettò, Emma, uscendo di casa in tutta fretta e salendo in macchina.

Emma era in preda a un raptus di pensieri, una preoccupazione generava quella successiva in una reazione a catena senza fine.

Cellulare rotto, nessuna possibilità di contattarlo, non so se ha visto il messaggio, e ho solo dieci minuti per inventarmi qualcosa.

«Allora». Gisella interruppe il suo flusso di pensieri. «Perché quella faccia?».

Emma fulminò sua madre con lo sguardo, per quel tono irriverente e sarcastico.

«Ah, voi giovani. Senza il cellulare siete prioprio persi. Come fai a sapere se arriverà?».

«Arriverà, lo so» rispose Emma, acida, senza nemmeno guardare in faccia la sua interlocutrice, che si zittì, colta da quel tono.

La sua mente stava già iniziando a elaborare ogni tipo di scusa. Era un vortice di pensieri che non si acquietava. Emma di certo non voleva mollare la presa, e andare a quella ridicola sagra di paese. Eppure non era così difficile da comprendere, come situazione. Lei se ne stava a casa e gli altri uscivano. Perché non poteva essere così? Cosa c’era di complicato? Ad ogni modo, in quel momento continuare a battere su quel chiodo non serviva a nulla. Doveva procedere.

Emma teneva ancora il cellulare in mano, quando si stavano avvicinando in prossimità alla pista di pattinaggio. Lo sguardo di Emma era come impazzito, e scrutava ogni singolo angolo della strada per riuscire a riconoscere qualcuno che somigliasse alla foto profilo di Giacomo.

«Dove ti lascio allora?».

«Qui!» rispose pronta Emma. «Qui è perfetto!».

Sua madre accostò, perplessa dal tono, a tratti così piccato.

«Per che ora avevate l’appuntamento?».

«Più o meno per adesso…» rispose Emma in modo distratto. Scrutava con gli occhi vispi la strada. Non era così piena, ma di quelle poche persone, nessuno assomigliava a Giacomo.

E se non lo dovessi riconoscere?

Sensi di ansia le presero le viscere. Più i suoi occhi si muovevano, più era cosciente che Giacomo non c’era. Forse non sarebbe mai arrivato, forse non aveva letto il messaggio, o forse, se lo aveva letto, l’aveva bollata come una pazza e hasta la vista.

Comunque fosse, Emma si disse che non poteva aspettare ancora in quella macchina, altrimenti il suo cuore le sarebbe esploso.

«Bene, allora… Grazie del passaggio! E ci vediamo nel pomeriggio!» disse, mentre usciva impacciata, in tutta fretta, dall’automobile.

«Ma aspetta! Non è nemmeno arrivato!». Cercò di fermarla sua madre.

«Sì, ma mi ha detto che arriverà!».

«Quando lo hai saputo, che hai il cellulare rotto?».

Emma era stanca di quel terzo grado, voleva solo la sua agognata tranquillità.

«Ci vediamo, mamma!» la liquidò caustica, chiudendo lo sportello con un tocco non esattamente delicato.

Senza aspettare risposta, che sicuramente si sarebbe tradotta in una qualche replica, Emma si allontanò a passo svelto, con il cuore ancora a mille. Aveva bisogno di calmarsi, di stare un poco da sola. Non ne poteva più di incontri vuoti, feste di paese e interrogatori in famiglia. Ne aveva le tasche piene di tutto.

Con la coda nell’occhio aveva notato l’auto di sua madre che tornava in carreggiata e si dirigeva verso casa, e questo le aveva donato un minimo di sollievo. Finalmente era sola.

Respirò con aria beata a pieni polmoni quell’aria gelida che solo l’inverno le poteva offrire.

Un momento di pausa, finalmente.

«Emma?».

Una voce stridente le fece salire un brivido attraverso la schiena.

No.

Quella fu l’unica parola che comparve nel suo cranio, spezzando il silenzio della sua psiche come il rumore di qualcosa che si spezza.

«Ma non dovevi andare in montagna?».

E’ ancora più sgradevole dell’ultima volta.

La faccia bisbetica di Lara era comparsa, come un’apparizione, o meglio, come una persecuzione.

Emma la guardò. Tutta in ghingheri come sempre, manco dovesse andare al ballo del principe, e sempre, costantemente con le sue due amichette, dalla risata (fastidiosa) facile. Tutte e tre con quel loro sguardo metà vacuo e metà snob.

Quando si dice, non puoi fuggire dal tuo destino.

«Ehi, Emma, ci sei?» ripetè Lara, sventolandole il palmo davanti la faccia, come per testare la sua presenza mentale.

Le altre due reagirono con una risatina da perfette oche, a volere fare da spalle alla loro BFF.

Emma non ci voleva credere. Si era sbattuta come un uovo per riuscire a evitarle, e bang, le aveva trovate lì. Che senso dell’ironia, la sorte.

«Ma invece voi non dovevate essere alla Festa d’Inverno?» chiese Emma, cercando di apparire sicura per sviare dal discorso.

«Ci andiamo più tardi» asserì Lara. «Vuoi venire con noi?».

Come non potevo aspettarmi una domanda del genere? Ma questa ancora non l’ha capito che non mi va di averla nel raggio dei 100 km circostanti?

«Non posso» disse Emma, perentoria.

«Cosa vuol dire che non puoi? Sei qua da sola! Che cos’altro hai da fare?».

Qualcunque cosa che mi faccia rimanere lontana da voi.

«Devi incontrare qualcun altro?» chiese Lara, sbattendo le ciglia.

«Uuuuuuuh». Le altre due, in sincrono, emisero il classico verso stupito da gatte morte.

Ma figurati, sono stata anche una sciocca a pensare di incontrare Giacomo, qui. Lui non verrà, questo è certo.

Emma non aveva nemmeno finito il pensiero, che i suoi occhi si illuminarono. A meno di venti metri da lei era comparso un ragazzo con un giaccone grigio e il volto sereno. Lei sentì il cuore scaldarsi.

***

Arrivati fino in fondo indenni? Mi auguro di sì! Spero proprio che il capitolo vi abbia coinvolto! Come sempre, lasciatemi un commento (è gratis, non dovete avere paura), e, se vi gira, potreste pensare di iscrivervi al blog, inserendo la vostra mail nel pannello a lato (o sotto se state leggendo da telefono), così sarete aggiornati per quando uscirà… La puntata 3 (e anche tutti gli strabilianti contenuti futuri).

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Lontani da me – Puntata 1

Carissimi! Benvenuti, o bentornati. Come avrete di certo visto siamo passati a un upgrade del blog, e la cosa mi ha caricato assai. E voi cosa ne pensate? Ovviamente siamo ancora all’inizio ci sono svariati aspetti da migliorare!

Smettiamo ora di parlare di forma e passiamo ai contenuti. Oramai ci conosciamo piuttosto bene, e sapete quanto io adori la scrittura e la narrativa in particolare. Avrete letto sicuramente i miei racconti Ghostwriter, Questione di fede e Potere NoF. Questa è la ragione per cui ho intenzione di scrivere una miniserie a puntate, incentrata sempre sul filone “Narrativa”, dal titolo Lontani da Me. E quale sarà mai la sinossi di quest’opera? E’ presto detto.

Prendete lo stereotipo del giovane tamarro che non può fare a meno che essere assorbito per il 70% del suo tempo in uscite varie con gli amici in locali e per il 30% in discoteca e club. Ora rivoltatelo completamente e avrete Emma, la nostra giovane protagonista che millanta fieramente la tranquillità solitudine come virtù. Con un perfetto curriculum da misantropa e outsider, nemmeno considera che possano esserci altre persone che la pensino come lei. E se invece ci fossero?

Mi auguro di avervi stuzzicati, perché si parte immediatamente con la lettura.

Ecco a voi, dunque Lontani da Me – Puntata 1.

***

Quanto non la sopporto questa.

Invettive di ogni genere vagavano per la mente di Emma in un burrascoso tripudio di odio.

Non riesco più a sentirla. Dio, se mi irrita.

«… E quindi non ci vorrete credere! L’altra sera Edoardo non mi ha mica scritto!».

Ma chi ti vuole? Chi vuoi che scriva a una come te?

Un mormorio stupito si levò dal gruppo.

È ufficiale. Sono circondata da un branco di idioti. Ma stiamo scherzando? Non capisco ancora che cappero ci faccio a quest’ora in questo posto con questa gente!

«Tu che cosa dici, Emma?».

Immediatamente la ragazza fu strappata dai suoi pensieri ostili da Lara, la bisbetica irritante che non la finiva di parlare del fatto che questo fantomatico Edoardo non le scrivesse.

Emma si ricompose per non esternare tutta la sua ira, che si accumulava celata dentro di lei, e che era pronta ad uscire come un alien. Fu abbastanza abile a controllarsi e a rivolgerle un sorriso più falso della pirite.

Non ho ascoltato nemmeno una parola di quello che hai detto, perché sei solo una pettegola superficiale.

«Secondo me hai ragione! Doveva scriverti!».

«Esatto! È proprio quello che dico anche io!».

Ciccia, devi essere messa proprio male se non cogli nemmeno il tono falso con cui ti parlo. È l’ultima volta che esco con voi, parola mia!

Con una discrezione che faceva invidia ad un ninja, Emma intravide l’orario sul suo cellulare. 22.34. Troppo presto per ritirarsi per una ventenne media che esce il sabato sera con gli amici. A meno che non ci sia un caso eccezionale, certo.

«Ragazzi, io vado!» irruppe brutalmente, afferrando la giacca con una certa fretta.

Immediatamente un mormorio di stupore si levò dal gruppo. «Ma sono le dieci e mezza! È ancora presto!».

«Lo so, ma sapete, domani i miei mi hanno incastrata per una gita in montagna e si parte al mattino!».

Emma osservò i volti inespressivi dei coetanei.

Dai, bevetevi ‘sta scusa, così posso andare a casa.

«Ah, beh, divertiti allora!» le disse Lara, tutta zucchero.

«Senz’altro! Buonanotte!».

A passo svelto si diresse verso la cassa, armata di portamonete, decisa ad uscire dal locale in meno tempo possibile. Era uscita convinta di rilassarsi, e invece, come voleva il copione, era rimasta disgustata ancora una volta da quella compagnia. Ormai era un pattern che si ripeteva di continuo.

Pagò in fretta la sua bionda piccola che aveva ordinato per sciogliersi un poco, ma che non aveva funzionato. Le pareti di quel locale iniziavano a stringersi addosso a lei, e il brusio costante dei clienti le trapassava l’orecchio, trapanandole il cranio. Non riusciva proprio a tollerarlo più.

Quando uscì il fresco della sera la investì e fu un vero balsamo per il suo cuore.

Finalmente. Finalmente un po’ di tranquillità. La strada attorno a lei era deserta, oscura. I lampioni davano quel tanto di illuminazione che bastava per non inciampare, ma l’atmosfera non si poteva dire rassicurante. Se per qualcun altro poteva essere così, Emma invece si crogiolava in quel silenzio, in quella quiete.

Si incamminò sulla strada, lasciandosi quel luogo chiassoso alle spalle, e ritrovando quella positività che sembrava avesse aspettato là fuori per quell’ora e mezza.

Non so come facciano le persone divertirsi in questo modo. L’ho sempre sostenuto, io. Non sono fatta per stare con gli altri, mi piace stare da sola. Perché devo fare quello che è contro la mia natura? A me non piace stare con gli altri, che se ne stiano lontani. Perché devo passare la serata nel casino a contatto con gente che non sopporto quando a casa ho la copertina che mi aspetta?

Tra un pensiero e l’altro era giunta alla sua auto. La aprì e vi si infilò dentro. Era fredda, ma Emma mise subito in azione il riscaldamento.

Lo dico sempre alla mamma, io. Lo sapevo che sarebbe finita così. Lei che insisteva da tutto il pomeriggio: ma esci, ma cosa ti costa, ma perché devi stare sempre in casa? Ma guarda che c’hai vent’anni! Quando devi uscire, quando sarai vecchia? Io ai miei tempi…

Il motore era abbastanza caldo. Era ora di tornare al nido. Detto, fatto. Imboccò immediatamente la direzione del ritorno.

Emma ne aveva piene le tasche di quei discorsi. Se a lei non andava di uscire la sera, perché doveva farlo? Perché doveva fare qualcosa solo perché la facevano tutti? Era sbagliata lei? Poteva darsi, ma di sicuro era stufa di fare quello che non le andava solo per fare un piacere a sua mamma.

«Sei troppo selettiva», disse scimmiottando il rimprovero che le veniva fatto di solito.

Quando entrò in camera si gettò svogliatamente sul letto. Silenzio. Era questo quello che amava. Non le piaceva passare le serate in compagnia di troppe persone e si teneva a debita distanza dalle discoteche.

Una cosa era sicura: non aveva sonno. E una cosa era ancora più sicura. Il mattino dopo non ci sarebbe stata nessuna gita in montagna, quindi non aveva limiti di orario.

Sbloccò pigramente lo schermo del suo cellulare e, un po’ per abitudine e un po’ per ingannare il tempo, si diresse verso l’icona di Twitter. Scorse velocemente la home, in cerca di qualcosa di non troppo impegnativo, tanto per staccare un po’ e per evadere. Si disse che era curioso che proprio lei per rilassarsi navigasse su un Social Network.

L’occhio le si posò su un tweet molto conciso, ma prorompente nella sua semplicità.

Non capisco questa mania di uscire nei locali i sabati sera.

Emma sorrise. Non era la sola a pensarla così dunque.

Riconobbe subito l’autore: Giacomo Varenti. Non ci aveva mai parlato più di tanto, anzi non ci aveva parlato affatto. Era sempre stato un tipo molto schivo. Lo conosceva di vista, avevano frequentato la stessa scuola alle medie, ma non ci aveva mai parlato.

Emma si affrettò a digitare la sua risposta.

Quanto hai ragione! I sabati sera tranquilli sono i migliori!

Giacomo. Non lo avevo mai preso in considerazione più di tanto. Era sempre stato per le sue a scuola e non eravamo nemmeno nella stessa classe. Mentre tutti gli altri cercavano sempre di stare assieme, cercare di giocare a calcio, basket o anche solo a rincorrersi, lui se ne stava sempre in disparte con uno o due amici massimo. Come me. Non amava tanto esporsi. Come me. Non era in una costante ricerca di compagnia. Come me.

Emma pigiò sulla sua foto. Non lo vedeva dai tempi delle medie. Lo aveva aggiunto ai contatti di Twitter per rito più che altro, dato che erano compaesani. Tuttavia non si era mai soffermata sul suo profilo, anche perché i suoi interventi si potevano contare sulle dita di una mano. Doveva però ammettere che come aspetto non era male. I suoi lineamenti gradevoli si abbinavano perfettamente con quegli occhi chiari, a tratti malinconici, ma ricchi di una profondità d’animo che pochi sapevano dimostrare. Quando si guardava attorno le poche volte che usciva non poteva fare a meno di notare del vuoto nei volti dei suoi coetanei. Sguardi vitrei e privi di emozione, che li facevano sembrare costantemente avvolti da un perenne sentimento di noia.

Lo smartphone trillò. Una notifica di Twitter: “@GVarenti ha risposto al tuo tweet“. Emma vi pigiò sopra.

Allora non sono solo nell’universo 🙂

Un’altra notifica arrivò a sorpresa. Niente risposte questa volta, ma un messaggio in privato.

Anche tu questa sera a casa? Non esci a far baldoria?“.

Emma sorrise e iniziò a digitare la sua risposta.

Non farmici pensare. Appena rincasata da una serata terribile“.

Come mai?“.

Lasciamo perdere. Come mai anche tu a casa?“.

Mi trovo meglio così“.

Emma per tutto quel tempo aveva continuato a ripetersi che era lei quella sbagliata. D’altronde sentiva questa storia da anni ormai. Nessuno riusciva a concepire il fatto che lei era una persona a cui piaceva stare da sola, e nessuno voleva sentir ragioni quando cercava di spiegare. Per questo continuava a sforzarsi a uscire con quelle persone. Non perché vi traesse divertimento, ma solamente per il quieto vivere. E la cosa iniziava a starle parecchio stretta.

***

La domenica era il giorno perfetto in cui la sveglia si prendeva un giorno di vacanza. Niente snooze snervanti a ripetizione, niente corse per riuscire a prendere il treno, niente pensieri sull’università.

Un pacifico atterraggio nel mondo reale destò delicatamente Emma. A riportarla nella realtà dal suo torpore vi era solo un intreccio di timidi raggi solari che la accarezzavano. Un sorriso si fece strada sul suo volto, fresco come una rosa. La notte era trascorsa serena, molto più serena del solito. L’ultimo pensiero rivolto al misterioso Giacomo Varenti l’aveva fatta cadere dolcemente tra le braccia di Morfeo. Alla fine la conversazione non aveva avuto grandi sviluppi, era morta piuttosto in fretta. Emma si disse che probabilmente era meglio così. In fondo non si erano mai parlati, quindi non erano in una confidenza tale da potere chiacchierare come due amici di infanzia.

La porta della camera venne brutalmente aperta.

«Emma, vestiti, cambiati, che si esce in paese!». Sua madre Gisella era entrata come una furia, non curandosi minimamente di bussare, o di darle il buongiorno.

Emma aprì la bocca per protestare, ma in quell’istante Gisella si volatilizzò.

Lei sospirò. Sua mamma le voleva un gran bene, ma aveva imparato a non scendere a patti con lei quando si trattava di fare qualcosa assieme. La maggior parte delle volte che una nuova proposta saltava fuori Emma iniziava ad addurre a scuse assurde per evitare di prendervi parte. Non è che non volesse passare del tempo con loro, per carità. Li adorava tutti quanti. Sua madre Gisella, suo padre Claudio e Amanda, la sua sorellina. Il problema era che molte volte loro coinvolgevano nelle uscite di famiglia persone che Emma non sopportava minimamente. Chissà con chi sarebbero usciti quella mattina in paese.

Un momento. Uscire quella mattina in paese?

Le sinapsi del suo cervello collegarono i fatti.

Merda.

Quella mattina sarebbe stata la protagonista della tradizionale Festa d’Inverno cittadina che ormai si teneva da anni e a cui non mancava nessuno. E se non mancava nessuno non poteva non esserci quella bisbetica di Lara e la sua cricca, proprio quelli a cui la sera prima aveva annunciato che sarebbe andata in montagna.

Immediatamente Emma uscì dalla stanza e si precipitò verso la madre, che cercava di fuggire prendendo la prima rampa di scale.

«Emma, no!». Due parole per fare fermare la ragazza in mezzo al corridoio. Una magia, come se sua mamma le avesse letto nel pensiero.

Da una parte Emma non avrebbe dovuto preoccuparsi minimamente. In fondo cosa le importava di ciò che pensava Lara? Al massimo avrebbe rotto i rapporti con lei. Eppure c’era qualcosa che la metteva a disagio in quella situazione, qualcosa che non sapeva spiegarsi.

«Mamma!».

«Cosa c’è?» chiese Gisella alzando gli occhi al cielo.

«Non mi sento bene».

«Non ci credo minimamente».

«Devo fare i compiti».

«Sei all’università, non puoi avere compiti, solo esami».

«Ok allora… Devo fare gli esami!».

«Emma…». Gisella si portò la mano al volto.

«Devo uscire… Con il mio ragazzo!».

Gisella sollevò un sopracciglio e si mise a ridere. «E come si chiama questo ragazzo?».

Emma sparò il primo nome che le veniva in mente. «Giacomo».

Giacomo?

«Cognome?».

«Varenti».

«E come vi siete conosciuti?».

«Mamma, è un terzo grado questo? Cosa c’è, Non posso avere un ragazzo?» chiese Emma indispettita, con una convinzione che giurava su Dio, non sapeva da dove venisse fuori.

«E dove dovreste andare tu e questo…».

«… Giacomo!».

«Giacomo, giusto!» rise Gisella. Pareva che non avesse creduto a una sola parola, ma si stava comunque divertendo da morire.

«Andiamo a…»

Pensa, Emma, pensa. Pic nic romantico? No, siamo in inverno. Cioccolata calda? Buona idea, ma non abbastanza forte, però la tengo da conto. Inverno: freddo, neve, sci? No, le piste da sci sono troppo lontane, non è realistico, e poi io non scio. Freddo, neve, ghiaccio… Pattini?

«… Pattinare sul ghiaccio» rispose, interrompendo il soliloquio interiore.

«Pattinare sul ghiaccio? Tu?». Gisella scoppiò a ridere.

Emma rimase indispettita. Va bene, non aveva mai provato a pattinare sul ghiaccio. E va bene, non era mai stata quel tipo di persona che si butta a capofitto nelle cose nuove. Tuttavia sua madre poteva darle un minimo di fiducia o di incoraggiamento.

«Sì, andiamo a pattinare sul ghiaccio!» rispose lei stizzita.

«E quando hai intenzione di andarci?».

«Tra mezz’ora, minuto più minuto meno» mentì spudoratamente Emma. Iniziarono a venirle i sudori freddi. Si stava rendendo conto solo in quel momento dell’ammontare di balle che stava sparando. Sua madre iniziava a crederci, fortunatamente. Emma si disse che non poteva mollare proprio in quell’istante, diveva andare fino in fondo, mostrandosi sicura.

«Allora, permettimi di accompagnarti. Sono proprio curiosa di conoscere questo Giacomo!».

Zac. La mazzata ferale. Il panico si scatenò nella testa di Emma.

Merda, merda, merda. Come faccio ora? Se le dico di no si insospettirà e capirà che è tutta una farsa e poi dovrò andare alla Festa d’Inverno e incontrare Lara e il suo gruppetto. Eppure non posso continuare a mentire in questo modo. So a malapena che faccia ha Giacomo. Non è che posso contattarlo e dirgli “Hey, che ne dici di fingere di venire a pattinare con me per fare in modo che mia madre mi lasci in pace e non mi trascini in quella festa?”. No, è assurdo.

«E’ un’ottima idea, mamma! Ti piacerà senz’altro!».

Bingo. E’ proprio divertente quando riesci a comandare la lingua come desideri. “E’ un’ottima idea, mamma, ti piacerà senz’altro”?! Ma sono ubriaca? Mi sono fatta di qualcosa e non lo so?

«Benissimo, allora preparati, perché tra dieci minuti andiamo!».

«Tra dieci minuti? Non è un pochino prest…».

Sua madre le lanciò un’occhiataccia.

«Dieci minuti, Caporale! Non un minuto di più!» eclamò Emma con tono altisonante, mimando il saluto militare e trattenendo sulle sue labbra un sorriso più tirato della mozzarella filante.

Gisella scese le scale e si portò al pianterreno, lasciando la figlia da sola in mezzo al corridoio. Emma tornò nella sua stanza, chiuse la porta e si sedette sul letto con la testa tra le mani, le dita infilate nei lunghi capelli biondi e lo sguardo perso nei pensieri.

Ok, sono uffcialmente fottuta, ora…

Gettò un occhio al cellulare che teneva ancora sul comodino dalla sera prima.

No, non posso farlo, è assurdo.

La sua mente si scatenò alla ricerca di alternative, molte delle quali avrebbero contemplato il fuggire dalla finestra di camera sua. Provò a riflettere lucidamente, ma senza risultato. Il ticchettio della sua sveglia la angosciava, sentiva sempre più pressione addosso. Una parte di lei sapeva che cosa avrebbe dovuto fare. Aveva due alternative. Opzione numero uno: arrendersi in quel preciso istante e uscire alla Festa d’Inverno; opzione numero due…

Emma si disse che l’uscita della sera prima era stata l’ultima goccia. Afferrò il suo cellulare e sbloccò lo schermo, con la mano tremante.

Scelgo l’opzione numero due.

***

Eccoci, qui dunque, al termine di questa puntata! Allora? Come l’avete trovata? Sì non è nulla di distopico/azione/horror/mothafucker, è un qualcosa di più leggero e, per certi versi, frizzante. La seconda puntata è già in cantiere! Ci leggiamo per quella volta.

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Potere NoF – racconto breve

«Le azioni degli uomini sono le migliori interpreti dei loro pensieri» [John Locke]

Lo scorso racconto nella sezione “Narrativa” aveva un che di drammatico. Tuttavia questa volta vorrei allietare le vostre menti con qualcosa di diverso, qualcosa di frizzante, qualcosa di… comico! E’ importante svagarsi e lasciarsi andare ogni tanto, eh! Mica si può stare sempre seri! Il presente racconto, che mi accingo a narrare, è ambientato in un luogo che oramai conosco a menadito: l’Università. L’inizio è tutt’altro che comico, tuttavia. Trattasi di un momento tragico nella vita di ogni studente. E come potremmo essere così cattivi da riderci su? Vi presento dunque, senza indugio Potere NoF.

***

Sto per farlo. Non ci credo, ma sto per farlo. Ho sempre cercato di seguire dei principi nella mia vita, ma non ce la faccio più. Sopportare oltre è impossibile. Troppi fallimenti, troppe delusioni, troppa frustrazione. Le ho provate tutte, ho fatto ricerche, mi sono rivolto a degli esperti, ma niente. Adesso è arrivato il momento di mettere un punto, di dire un sonoro BASTA.

Oggi supererò quel dannato esame.

Eccomi qui, dunque: nel bagno della mia università, a meno di mezzora dall’orale di immunologia. Per l’ottava volta. Sette tentativi, sette fallimenti.

“Sette tentativi?!” esclamerete voi. “Amico, allora faresti meglio a lasciare l’università!”.

Eh, no! Qui vi sbagliate. Vedete, io sono convinto che mi piaccia quello che studio, e che sia portato anche per l’università che frequento. I risultati delle altre prove parlano per me. C’è solo una piccola differenza. Erano tutti esami scritti. Questo è l’unico esame orale dell’anno, e non riesco a superarlo. Ci ho provato e riprovato, ma niente. E non venite fuori con la storia del “ma guarda che basta studiare bene”, perché il mio problema è un altro: io agli orali mi blocco.

Non ho idea di come abbia fatto a passare l’orale della maturità. Probabilmente, essendo in un ambiente più familiare e meno distaccato, sono riuscito a fare leva sulla compassione dei miei insegnanti. Ma qui siamo all’università, tutta un’altra storia: qui i professori non ti aiutano. Ti mangiano. Vivo.

Mi tocco la tasca dei jeans in cui ho la soluzione ai miei problemi. Un’innocente scatola di alluminio in cui tengo delle caramelle, con all’interno una pillola color violetto. La chiamano NoF, abbreviazione di NoFilter. Pare essere una sostanza psicotropa che agisce sui circuiti cerebrali dell’inibizione. Proprio quello che mi serve. Il mio problema non è la conoscenza degli argomenti, ma che non riesco a spiegarla, mi emoziono troppo. Se questo fosse un esame scritto potrei scrivere un trattato di trenta capitoli su tutto quello che ho studiato.

Sono teso. Decisamente non fa parte di me prendere sostanze, ma questa volta è causa di forza maggiore. Tremante, apro la scatoletta. Non devo pensarci, devo solo prenderla.

Forza Roberto, forza.

Afferro la pillola con uno scatto e, me la infilo in bocca. Aspetto, immobile, un segno, un effetto. Niente.

Passano i minuti e ancora non sento cambiamento alcuno.

E se non funzionasse? Se dovessi ancora fallire? Oddio, che cosa succederà? Farò sicuramente scena muta. Verrò bocciato di nuovo. Non riuscirò mai a finire l’anno, poi andrò fuori corso, non prenderò mai la laurea, poi dovrò mollare a metà il corso. E chi lo dice poi ai miei?

Sento bussare. Una voce familiare interrompe il mio flusso di pensieri. «Dovrei andare in bagno! Tutto bene, là dentro?».

«Sì, sto verificando se questa droga che ho appena preso influisce effettivamente sul mio cervello!».

Un momento.

Mi accorgo solo ora di cosa ho appena detto.

L’altra persona dietro la porta pare perplessa. «Cosa?».

Cazzo, cosa mi salta in mente di dire?

«Niente, ora esco!».

Ci metto un secondo a collegare questo comportamento. La NoF. Sta facendo effetto. Forse anche troppo.

Esco dalla toilette a sguardo basso con il volto vermiglio.

«Signor Cipressi! Le va di scherzare quest’oggi, vedo!».

Sollevo gli occhi verso l’interlocutore, il dottor Osvaldo Fadi, il mio professore di anatomia, che mi fissa divertito. Vorrei sotterrarmi in questo preciso istante. Proprio a me deve capitare di incontrare un professore mentre deliro in bagno sotto gli effetti di una sostanza psicoattiva. Visto il risultato, se avessi detto “sto facendo a pezzi un cadavere per poi gettarlo nello scarico del cesso”, probabilmente avrebbe iniziato a rotolare a terra dall’ilarità. Questi docenti universitari…

Mi incammino verso l’ufficio del mio (poco) amato professore di immunologia Giancarlo Mesa, evitando gli sguardi di tutti i presenti nel corridoio. Nel frattempo la mia mente si lascia andare a miriadi di pensieri che si presentano a me sotto forma di beneamate seghe mentali.

«Ho fatto una bella figura di merda poco fa. Speriamo che la NoF non mi giochi qualche brutto tiro anche durante l’esame. Sarebbe un disastro se-».

Mi blocco. Senza rendermene conto ho appena rivelato ad alta voce ogni pensiero. Mi tappo la bocca con le labbra, come se servisse a qualcosa.

«Ehi, Roberto!».

Una voce poco gradita richiama la mia attenzione. Splendido. Di solito non mi considera nessuno e ora, magicamente incontro tutti per questo cavolaccio di corridoio.

I miei occhi si alzano al cielo quando vedo venire verso di me…

«… Quella pigna in culo di Bianca».

Oh no. Di nuovo ho parlato senza rendermene conto. Di nuovo ho manifestato al mondo le mie opinioni. Ho paura che questo dialogo prenderà una brutta piega.

«Prego?» chiede lei, come se non avesse sentito bene.

«Niente» mi affretto a rispondere. «Spero solo tu non abbia sentito!». Mi colpisco la testa con il palmo della mano. Non ho più controllo. Mi sto mettendo nella merda da solo.

«Sentito cosa?» mi chiede.

«Ti ho dato della…» avanti, avanti, avanti, non dirlo, non dire “Pigna in culo”. «Pi-P-P-Pi».

Bianca mi fissa stranita.

«N-niente!». Con uno sforzo madornale riesco a trattenere la mia lingua, che in questo momento è in piena anarchia. Non è colpa mia se la penso davvero così, però devo controllarmi!

Faccio per andarmene quando il suo tono stizzito mi ferma. «Aspetta lì, carino! Non hai ancora dato la tua conferma o meno per la festa di fine anno! Ci sarai oppure no? Guarda che non è facile organizzare tutto, devo sapere chi c’è e chi non c’è, e poi devo anche raccogliere le quote dei partecipanti, non posso mica sborsare tutto di tasca mia. A proposito mi dai la tua quota? Guarda che ormai ci siamo, non manca molto, quindi devi darmi ora la tua conferma!».

«Oh! Chiudi quella fogna!».

«S-scusa!» sussurra lei sorpresa.

«Cazzo non volevo!» esclamo. «Cioè, volevo, perché sei davvero fastidiosa! Ma devo rispettare delle convenzioni sociali che mi dicono di non trattare male gli altri! In più oggi è l’ennesima volta che devo fare l’orale di immunologia e quindi la cosa mi turba, vorrei solo finire questo esame infernale e andarmene a casa, non ne posso più».

«Sei agitato per l’esame, capisco, scusa!» esclama in tono mansueto.

Sono sorpreso di come bastino poche parole dette nel modo giusto per mettere in riga qualcuno di fastidioso ed arrogante. Forse questa NoF non è così male, in fondo.

La guardo mentre gira i tacchi e si allontana senza aspettare oltre, lasciandomi contemplare il suo lato B.

«Sarai anche una pigna, ma hai davvero un culo magnifico» mormoro accidentalmente.

Lei si ferma e si volta.

Cazzo, mi ha sentito.

Intravedo i suoi occhi iniettati di sangue e mi irrigidisco quando inizia a dirigersi verso di me come un animale inferocito. Dicevamo sulla NoF? Che non era così male?

Inizia ad inveire con la sua voce stridula, puntandomi il dito per intimorirmi. «Senti, depravato! Il fatto che tu abbia un esame non ti dà il diritto di trattarmi così! Abbi un minimo di rispetto! Già mi urli in faccia “chiudi quella fogna”, poi quando mi allontano fai commenti sul mio culo!».

«Commenti lusinghieri! Pensa se ti avessi detto che hai un culo flaccido» replico sfacciatamente, sempre senza rendermene conto.

Da come mi guarda sembra che da lì a poco le possa iniziare ad uscire del fumo dalle orecchie.

«Adesso finiscila!» strepita lei a squarciagola, facendo voltare metà della gente presente in corridoio (l’altra metà ci stava fissando già da un bel pezzo).

Non so che cosa mi prende in quel momento ma sbotto. «Ehi! Mi spieghi perché ce l’hai tanto con me? Per tutto questo anno accademico sei stata con il tuo gruppo di oche a parlarmi alle spalle. “Guarda Roberto come si è vestito oggi”, “Guarda Roberto che capelli orrendi che ha oggi”, “Guarda Roberto che si crede chissà chi solo perché passa gli esami”. E adesso te la stai prendendo con me per un commento? Ma vaffanculo!».

Non credo a quello che ho detto. Una boccata di ossigeno, un toccasana, una sensazione magnifica.

Guardo Bianca pietrificata davanti a me, ancora con l’indice alzato e la bocca semiaperta, per cercare invano di replicare. Prima che possa dirmi qualsiasi cosa mi volto e mi allontano per raggiungere lo studio di Mesa, trotterellando per i corridoi come un bambino che ha appena ricevuto il suo lecca-lecca. Un sorriso intriso di vittoria mi segna il volto. Non credevo sarei mai riuscito a fare una cosa del genere. Mitica, questa sostanza!

Busso alla porta dello studio del professore, ancora euforico, dimenticandomi che tra poco devo sostenere un esame.

Sento un tono austero e poco amichevole provenire dall’altra parte. «Avanti!».

Spalanco la porta aprendo le braccia.

«Buongiorno» intono a gran voce, manco fossi un tenore sul palco della più prestigiosa opera mondiale. Non ci posso fare nulla, è l’ondata di esuberanza di poco fa.

«Si sente bene?» mi chiede Mesa con il sopracciglio alzato.

«Certo che sì, anche se da quello che le dirò nei prossimi minuti a lei sembrerà il risultato di un trip di acidi» rispondo prontamente, entrando e sedendomi.

Splendido, altra battuta fuori luogo.

«La smetta di parlare a vanvera! È pronto per l’esame? Lo riuscirà a passare oggi?».

«In realtà vorrei non farlo e ottenere comunque un voto alto, lo meriterei solo per tutte le volte che mi sono presentato qua».  Sono sorpreso di questa sfacciataggine.

Il professore solleva un sopracciglio e mi riprende severo. «Non scherzi! Ha studiato questa volta? È preparato?».

L’euforia del primo momento si sta piano piano affievolendo. Ora la preoccupazione inizia ad essere dominante. Aggrappato alla disperazione per via della mia carriera accademica, non avevo previsto un particolare: la NoF agisce con un meccanismo del tutto random. Potrei in qualunque momento confessare al professore che…

«… Mi sono drogato per superare il suo esame!» esclamo in automatico annuendo come un ritardato.

«Come sarebbe a dire?».

«Mi sono drogato di studio» improvviso, per sviare il pensiero. «In chiave metaforica, ovviamente! Non letteralmente! Significa che ho studiato davvero tanto, ma tanto tanto».

Abbozzo un sorriso forzato.

«Cipressi, sia serio e si concentri. È l’ottava volta che è qui, dopo sette scene mute!».

«Grazie per avermelo ricordato» rispondo sarcastico, come se stessi parlando con un amico al pub. Sono completamente fuori controllo.

Mesa mi scruta, per capire cosa mi stia succedendo. «Soprassediamo su questo commento. Prima iniziamo e prima posso tornare alle mie ricerche. Tanto sono certo che con lei non ci vorrà molto».

Lo fulmino con lo sguardo. «Crede di essere divertente?». Pessima, pessima idea. I professori hanno il coltello dalla parte del manico. Un commento così mi può costare l’esame. O peggio.

«La smetta con questo tono irriverente!». Il modo con cui pronuncia queste parole mi suggerisce che dovrei finirla. Il fatto è che non riesco. Sto attraversando una stanza di fuoco dopo essermi fatto il bagno nella benzina. Il risultato è abbastanza lampante.

NoFilter significa “senza filtro”, ma non “senza filtro a comando”. Avrei dovuto prendere un semplice ansiolitico per questo esame.

Coglione che non sono altro. Coglione, coglione…

«Coglione» mormoro, nuovamente dando vita ai miei pensieri in modo involontario.

Mesa sgrana gli occhi. «Cosa?!».

«Non lei, io!» rispondo impacciato.

«Avrei potuto cacciarla al primo commento, ma per sua fortuna sono clemente! Adesso però si dia una regolata!».

Scoppio a ridere come un isterico, mentre dentro di me imploro la mia volontà di evitare questo stream of consciousness manifestato al mondo. Tutto inutile.

«Lei… Clemente?! Sette volte sono stato qui per dare il suo esame e tutte le volte ha fatto di tutto per mettermi a disagio. Frecciatine, battute di pessimo gusto, rimbeccate ai limiti dell’insulto! Chi cazzo si crede di essere? Solo perché ha una cattedra allora può decidere di fare il bello e il cattivo tempo a suo piacimento?!».

La tensione alimenta il silenzio che segue. Dallo sguardo del professore, pare proprio che nella sua carriera accademica nessuno gli ha mai dato una strigliata come si deve. Tuttavia voglio che questo inferno finisca, perché mi sto giocando la mia di carriera accademica. È sufficiente rimanere qua un solo minuto per delle conseguenze imprevedibili.

Mi alzo di scatto e faccio per andarmene, quando il Mesa tuona: «Dove crede di andare?».

«Lontano da qui, altrimenti, visto il suo caratteraccio, potrebbe sfuggirmi qualcosa di ancor più colorito!». Perché inventarsi una scusa plausibile, quando puoi semplicemente esternare al mondo tutti i tuoi pensieri per via di una pillola magica che annulla ogni filtro?

Mi concentro per arginare i danni. Cerca di non pensare a niente, cerca di non pensare a niente. Non devo pensare che questo tizio è un grande stronzo. Non devo pensare che questo tizio è un grande stronzo.

«Non devo pensare che questo tizio è un grande stronzo!» esclamo a pieni polmoni. Mi porto la mano davanti alla faccia.

Non ho il coraggio di guardare Mesa. Ora ho davvero esagerato. Peggio di così non poteva andare. Sollevo timidamente gli occhi verso il mio interlocutore. Paonazzo, con il collo che gli pulsa, mi fissa come se da un momento all’altro mi voglia scaraventare la cattedra addosso. Mentre scorgo che il suo volto viene segnato da un rivolo di sudore, il mio sguardo si posa su un particolare, che probabilmente avrei fatto meglio a non notare.

«Cazzo quanto suda! Si sta formando un acquapark sotto le ascelle della camicia!». Il commento caustico – la mazzata finale – esce dalla mia bocca limpido e fluido.

Il professor Giancarlo Mesa perde completamente il controllo e si alza di scatto tuonando: «Adesso se ne vada! Fuori di qui! Ora!».

Sbatto la porta dello studio dietro di me. Un disastro. Un’ottava scena muta sarebbe stata più dignitosa, almeno non mi sarei giocato il mio percorso universitario. La colpa è solo mia che ho voluto prendere quella cazzo di pillola.

Mentre cammino per i corridoi metto distrattamente la mano in tasca. Gli eventi dell’ultima ora sono stati provanti per la mia mente, avverto un leggero capogiro. La dose di NoF che ho preso mi ha completamente prosciugato le energie. Estraggo dalla tasca la scatoletta di alluminio dove tengo le solite caramelle per contrastare un eventuale calo di zuccheri, il luogo in cui avevo nascosto anche quella droga infernale.

Rimango sconcertato quando la apro. Tra tutte le caramelle bianche ne spicca una violetta. La NoF? Che cosa ci fa lì? Avevo una sola dose e l’avevo utilizzata meno di un’ora fa. Ricordo che ero nel bagno quando me la sono infilata in bocca.

Un terribile sospetto mi si palesa di fronte agli occhi.

Io non ho mai preso la NoF.

Ma com’è possibile? Ho in mente il chiaro ricordo di me che prendo la pillola e me la infilo in bocca. Indubbiamente in quel momento ero teso, preso dal momento, non ero sicuramente lucido. Il fatto che la NoF sia ancora nella scatoletta però è un fatto. La deduzione più immediata è che nella penombra del bagno e nella fretta del momento abbia sbagliato e abbia inavvertitamente preso una banale caramella alla menta. Deficiente che non sono altro. Richiudo la scatola e la rimetto in tasca.

Come ho fatto allora a sperimentare gli effetti? Come ho fatto a parlare senza filtro in quel modo, a rispondere davanti a persone a cui non avrei mai osato fare una cosa del genere?

La risposta più realistica che mi balza in mente è l’effetto placebo. Avevo letto tempo fa che a volte il nostro cervello riesce a ricreare gli effetti di determinate sostanze anche solo credendo di averle assunte. Nel mio caso ho scambiato una caramella per la NoF. Era tutto autentico, tutto partiva da me.

Raggiungo nuovamente il bagno in maniera furtiva. Non vedo nessuno, perfetto. Mi infilo nella toilette e chiudo la porta alle mie spalle. Aprendo la scatoletta delle caramelle, ho cura di estrarre questa volta la pillola giusta. Bellissima ed infernale al tempo stesso, come la mia ex. La osservo tenendola delicatamente tra l’indice e il pollice, nello stesso modo con cui un orefice terrebbe un prezioso. Se sono stato capace di fare quello che ho fatto, figuriamoci cosa potrei fare con questa. Ma non prendiamoci più per il culo.

Prendo un respiro e posiziono la mia unica dose di NoF sopra lo scarico della toilette. Oggi ho avuto la prova inconfutabile che non ho bisogno di questa merda. Lascio la presa con animo sereno, sentendo il tintinnio prodotto dall’urto con la superficie solida, e infine l’inconfondibile plicdella pillola che finisce nell’acqua.

«Adieu».

***

Eccoci dunque alla fine. E’ proprio vero che fare ridere le persone è decisamente più difficile che farle piangere o spaventare, quindi mi auguro vivamente di avervi strappato almeno un sorriso con questo breve intreccio. Sono ansioso di leggere i vostri commenti

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo.

Ghostwriter – racconto breve

Hey! Dan Stilo chiama Terra! Vi ho bombardati di articoli di saggistica, in cui abbiamo discusso di vari argomenti (si fa per dire discusso, lasciatemi pure un commento ogni tanto senza paura). Abbiamo trattato (uso il plurale maiestatico perché me la voglio tirare) di creatività, di religione, di meditazione, e di unicorni. Scommetto che anche voi avete voglia di tirare un attimo il fiato, di evadere per un po’, di staccare la spina, come si suol dire. Ebbene, oggi continuo con la categoria “Narrativa”, in cui mi diverto a creare brevi racconti per allietare le vostre anime. Credo di essermi dilungato un po’ troppo, lascio ora la parola al Dan Stilo creativo, e buona lettura.

***

Scrivere. Quanto è bella questa parola. Musicale, poetica. Ricordo ancora quando scrivere era la mia passione più grande, la mia ragione di vita, il modo di esprimere al mondo il mio pensiero, il dono più grande che la vita stessa potesse farmi.

Ricordo quando mi chiudevo in camera mia e il tempo volava. Non riuscivo a controllarmi. Quando mi arrivava un lampo di creatività non c’era scusa che teneva. Potevo avere avuto una giornata infernale al lavoro, essermi distrutto i muscoli a forza di palestra o avere litigato ferocemente con la mia fidanzata, ma se la sera un’idea, anche piccola, si presentava, mi armavo di penna stilografica e la concretizzavo. Come un Demiurgo che dalla materia informe plasma la vita, io, dall’informe inchiostro plasmavo racconti di ogni tipo.

Una storia dopo l’altra, sviluppavo i miei intrecci, e dire che mi divertivo è riduttivo. Costruivo interi mondi, da quello più inverosimile a quello più realistico e vivevo le avventure con i miei personaggi. I loro amori, le loro sofferenze, le loro vittorie. Quello che provavano loro, lo provavo anche io sulla mia pelle. Ripensandoci ora, mi viene un brivido.

Sentivo la creatività che mi pervadeva, una scossa di inventiva che mi dava una serenità fuori dal comune. Adesso invece quello che provo ora è un vuoto incolmabile. Chi leggerà queste righe penserà immediatamente a una cosa: il blocco dello scrittore. Quella frustrante mancanza di idee che qualunque creatore di romanzi come me ha sperimentato almeno una volta nella vita. E io dico MAGARI! Magari si trattasse di un semplice blocco. Magari si trattasse di un semplice attimo in cui la mente ha solo bisogno di un poco di riposo, di un poco di svago per riuscire a riempirsi nuovamente di nuovi colori ancor più sgargianti.

Invece la faccenda è immensamente più terribile. La carta e la penna sono l’unica mia speranza, l’unica ancora che mi salva dal precipitare nel baratro della follia. Le righe che scrivo sfuggendo alla sorveglianza sono intrise del mio essere, quello autentico, quello a cui LORO non sono minimamente interessati.

Sono diventato un impianto industriale oramai. Sono diventato una semplice macchina. Prigioniero in questa cazzo di società che riconosce solo un dio: il dio denaro. Non c’è più umanità, non c’è più cuore. Se inizi a parlare di queste cose ti prendono per pazzo. Ti dicono “adattati e sarai felice”.

Beh, io non sono felice. Non lo sono per nulla. Hanno eliminato quel concetto dalla mia mente per riempirlo con i loro “valori”. L’apparenza, il vuoto, l’effimero. Qui la fa da padrone chi riesce a fregare il prossimo. Tu parli di compassione, loro ti ridono in faccia. Tu parli di etica e ti liquidano come noioso. Tu parli di sacrificio e ti danno dell’idiota: il “non sbattersi più di tanto per ottenere i risultati che si vogliono” è una regola. È tutto una schifezza, un bitume, una discarica a cielo aperto.

Mi illudevo un tempo di potere fargli cambiare idea. Ero armato di tanta buona volontà e di un’energia fuori dal normale. Un ottimismo esagerato, a tratti quasi sconsiderato animava le mie giornate e mi rendeva solare. Indubbiamente ero ingenuo. E’ bastato veramente poco perché il gorgo mi risucchiasse senza che nemmeno me ne accorgessi.

Il telefono squilla. Mi vogliono. Decido di ignorarlo e di continuare con il mio lavoro clandestino. Di certo sono loro. Immagino già che cosa possano volere da me. I clienti aspettano. Gli introiti ristagnano. Sono solo un piccolo ingranaggio di un grande marchingegno il cui scopo ultimo è fare soldi. Tanti soldi. Più soldi di quanti se ne possano fare senza arrivare a un limite. All’ego dell’uomo un limite non si trova mai. È una continua macchina programmata per l’ingordigia più sfrenata, guidata da una mente malsana convinta di possedere l’onnipotenza e l’immortalità.

I miei burattinai continuano a reclamare. Immagino che non gradiscano ciò che sto scrivendo sul loro conto. Sinceramente, questo è l’ultimo dei miei pensieri. Mi sembra di impazzire in questo posto. Mi sento morire dentro a poco a poco. Sto perdendo la mia umanità e la scrittura è l’unica arma che ho per combattere questa sensazione infernale che mi logora.

Ho terminato quello che mi avevano chiesto, ma so che non si fermeranno qua. Incapaci. Inumani. Non hanno il benché minimo rispetto di quello che significa Arte. Sono riusciti a mercificare anche questo ora, la creatività. E io sono un loro schiavo invisibile. Uno schiavo moderno che non ha via d’uscita. Un povero idiota costretto a-

***

Merda. Era arrivato qualcuno. Ci è mancato poco. Sono riuscito a nascondere tutto quello che avevo scritto e me la sono cavata per il rotto della cuffia. L’ansia mi pervade e non cessa di consumare il mio animo, ormai divenuto troppo vulnerabile. Le mie difese cedono a poco a poco. Sento che il palmo della mia mano è intriso di un sudore copioso. Il mio corpo non riesce a calmarsi. Anche se sono passati diversi minuti, non riesco a levarmi di dosso questa sensazione di panico che mi attanaglia sempre di più.

Come le altre volte, esattamente come le altre volte, non è cambiato nulla. Sono arrivati loro, hanno richiesto il mio lavoro, ed io, a testa bassa gli ho dovuto cedere il frutto di mesi di scrittura e rimaneggiamenti. Il mio decimo lavoro. Il mio decimo romanzo in mano a quei mangiasoldi senza scopo, buoni di usare la penna solo per firmare un assegno. Bestie.

Quando immaginavo il mio futuro vedevo me stesso come un grande scrittore. Sognavo una routine scandita solamente dal picchiettio dei tasti del mio portatile, intento a recepire ogni mio comando per la creazione di una nuova opera. Un lavoro affascinante, intriso di piacere. Una vita a contatto con la fantasia, con la creatività. Avevo la visione di me stesso che guardava soddisfatto la copertina del suo primo romanzo, frutto di mesi e mesi di duro lavoro. Immaginavo-

***

Merda. Di nuovo ho sentito dei rumori e di nuovo ho dovuto interrompere tutto, preso dal panico. Panico senza fondamento, perché nessuno è entrato, erano solo dei rumori esterni. Per la fretta in cui volevo nascondere questi fogli ho anche urtato con il ginocchio il tavolo, e adesso al dolore morale si è aggiunto anche quello fisico. Stronzi. Non smetterò mai di maledire chi mi ha rinchiuso in questo posto. Sento che sto diventando paranoico. L’ansia non mi lascia nemmeno un istante, ormai sento che sto impazzendo. Sì, sicuramente.

No, non sto impazzendo del tutto, non impazzirò fino in fondo fino a quando sarò in grado di muovere la penna su questo foglio e di esorcizzare senza filtro ogni pensiero che mi attraversa la mente. La mia arma però si sta smussando, non so fino a quanto riuscirò a resistere. Dopo più di dieci anni qua dentro, senza mai uscire, senza mai godermi un briciolo di libertà la strada verso la pazzia è dietro l’angolo.

Ho pregato, ho pregato il Cielo che questo inferno finisse. Nessuno mi ha mai risposto. La Divina Provvidenza sembra essersi dimenticata di me. Ho provato ad accettare questa cosa, ho provato ad adattarmi, ma non ce l’ho fatta. L’unica cosa che mi poteva consolare in questo lungo tempo, che mi poteva distrarre dalla mia condizione di prigionia, era l’unica ragione per cui mi hanno rinchiuso qui dentro. La mia abilità nella scrittura.

Perché questo è il mondo vero. Popolato da bestie interessati solo al conto in banca. Gente che si è dimenticata che cosa significa sentimento, emozione, cuore. E vanno sul facile per spegnere il cervello in modo più efficace possibile, credendo di avere raggiunto chissà quale felicità. A che cazzo serve essere gli unici sani in un mondo di folli?

Quell’ignobile romanzo che mi hanno portato via non era Arte, non era nulla. Era un insipido insieme di parole buttate sul foglio per riempire il bianco e svuotare la testa di chi lo leggerà. E quel povero stronzo del lettore crederà che sulla copertina ci sia scritto il nome del vero autore, quando alla fine quel nome appartiene all’ennesimo incapace, troppo pigro per scrivere qualcosa, ma sempre pronto a sborsare per ottenere successo. E io, come un fantasma rimarrò nell’ombra di queste mura a scrivere senza sosta romanzi di merda per gente di merda.

E io giuro che non ce la faccio più. Lavoro dopo lavoro, romanzo dopo romanzo, ho dimenticato cosa significa autenticità. Mi sono eclissato in una spirale di apatia e la mia mente è rimasta cristallizzata. Per loro le cose non potevano andare meglio di così. Un povero schiavo che sforna “capolavori” da vendere al primo plutocrate in grado di sborsare abbastanza per essere ricordato come l’autore dell’opera.

È ovvio che questo fosse il loro obiettivo. Mi hanno rinchiuso in questa prigione dorata, convinti di questo, che sarebbe arrivato il momento in cui non avrei nemmeno più avuto il desiderio di opporre resistenza. Oppure ho solo represso i sentimenti che covavo per tutto questo tempo ed ora sono usciti allo scoperto frantumando la mia mente ormai mummificata.

Non ce la faccio. Sento ormai che la mia volontà è al limite. Le energie mi abbandonano e quella flebile fiammella che sentivo prima ardere timidamente nel mio cuore si è spenta del tutto. Francamente non ho la minima idea di come stia riuscendo nel mio intento di scrivere.

Sento dei passi, sento dei rumori, ma questa volta non mi fermerò. So che è arrivata la fine, accetto il mio destino. Non ho nulla da perdere. Se continuassi, il supplizio non avrebbe mai fine, potrei scrivere anche trenta romanzacci, ma loro non si fermerebbero mai, macchine da soldi senza cuore che non sono altro. Anzi, cercherebbero di sfruttarmi ancora di più.

La porta della mia cella si sta aprendo, ne avverto il cigolio. La mia mano si muove con una foga quasi inumana, come se usasse tutta la vita che le rimane per lasciare un segno il più tangibile possibile. La penna si appoggia sul foglio con un’energia in grado quasi di squarciarlo.

Sento loro che si avvicinano sempre di più. Molto probabilmente bruceranno questa mia lettera, molto probabilmente nessuno la leggerà mai. Dovrei essere abbattuto per questo, ma nel mio cuore in questo momento non c’è spazio per nessun sentimento, positivo o negativo che esso sia.

Sento che mi chiamano. Decido di non girarmi e di continuare a imbrattare la carta con foga. Mi intimano una seconda volta, in modo più duro e autoritario, di prestare loro attenzione e di smetterla di fare qualsiasi cosa io stia combinando.

Col cazzo. Io continuo a fare quello che voglio. Possono tenermi recluso a scrivere romanzi di merda per conto di altri, ma non possono assolutamente impedirmi di avere un barlume di libertà negli ultimi, pochissimi attimi che mi restano.

Ecco, odo le loro voci ancora più alte, si stanno alterando. Ci godo. Ci godo? Senza accorgermene sento i muscoli del volto in tensione. Avverto che sorrido dal nulla. Sento la fiammella dentro al mio cuore accendersi di nuovo. Un tripudio di sentimenti mi indonda l’animo di una luce candida se annichilisce l’apatia che si era impossessata di me. La sensazione che ormai avevo riposto nell’oblio si ripresenta. Eccola, l’originaria sensazione che mi ha portato a diventare quello che sono. Il piacere di sfidare la società, armato solo della mia penna. La missione di ogni scrittore in questo schifo di mondo!

Iniziano ad emergere sentimenti contrastanti, allorché sento uno di loro avvicinarsi a passi pesanti alla mia scrivania. Sento che tremo, inutile dire che sono terrorizzato, ma non posso fare a meno di crogiolarmi nella sensazione del piacere. Finalmente ho ritrovato quella libertà che mi era stata negata, quella libertà che avevo sepolto sotto il vuoto che mi avevano imposto.

Uno dei miei carcerieri, ormai vicino, non cessa di urlarmi frasi che non posso sentire. Sono troppo concentrato sul mio foglio e troppo impegnato ad ignorarlo. La fine è ormai vicina, lo sento, lo accetto. Di certo non mi fermerò proprio ora! Andrò fino in fondo, fino a quando ne avrò forza, fino a quando mi sarà concesso, fino a quand-

***

E questo è tutto, folks. Mi sono divertito molto a scrivere questa breve vicenda. Ho voluto testare qualcosa di più innovativo rispetto alla solita narrazione in terza persona, di qualcosa un po’ più fuori dagli schemi. Mi auguro davvero che l’esperimento sia riuscito e che abbiate trovato la narrazione incalzante e coinvolgente. Ovviamente il tema è portato all’estremo, tuttavia vorrei che questo racconto fosse anche uno spunto di riflessione sul mondo in generale. Come avrete di certo intuito, la narrazione è ambientata in una sorta di futuro distopico, che tuttavia ha molte affinità con il nostro presente. Il fatto che, per esempio, il vuoto, l’ignoranza e le apparenze stiano dilagando in questa società è tangibile. Che cosa ne pensate voi? Sono ansioso di leggere i vostri commenti (positivi o negativi), non siate timidi!

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo

Questione di fede – racconto breve

Bentrovati, carissimi, o carissime! Nello scorso articolo disquisivamo sulla potenza che ha la narrativa (dissando malamente i classici discorsi dei guru del self-help), e su come questa possa toccare le nostre corde emotive per ispirarci. Mi sono dunque detto: perché non iniziare un nuovo filone del blog? Già, perché no? Mano alla penna e alla creatività (se vi interessa il discorso, il buon Dan ha scritto un altro articolo che tratta l’argomento). Ecco quindi, il primo racconto della categoria “Narrativa”: “Questione di fede”. Si cominci con la lettura. Ci risentiamo alla fine!

***

«Venga, venga pure avanti signor…». L’uomo che Franco aveva di fronte scorse il foglio che teneva tra le mani. «… Signor Pancaldi! È lei, giusto?».

«Sì, signore!».

«Si accomodi pure!» il misterioso interlocutore indicò con fare cortese la sedia posta dinnanzi la sua grande scrivania su cui erano appoggiate risme di fogli, cartelle, timbri, scrupolosamente ordinati in specifici settori del piano. Al centro spiccava una targa dall’aria importante su cui era inciso un nome: Sam Peter.

Franco non se lo fece ripetere due volte e, a passo svelto, attraversò l’enorme stanza. Camminando si guardava attorno. Era davvero un luogo imponente. Le pareti erano tinte di un bianco splendente, che trasmetteva un certo effetto di serenità. Della stessa tonalità erano i pavimenti, lindi e perfettamente lucidi, come se fossero stati appena puliti da una squadra di inservienti estremamente pignoli. Tutto in quel posto era in armonia con il resto, non c’era nulla fuori luogo che contrastasse con gli altri elementi.

Con fare decisamente tranquillo, Franco si sedette di fronte a Sam Peter, un uomo occhio e croce di almeno sessant’anni. Era abbigliato in maniera impeccabile con un completo bianco, che si intonava perfettamente con l’ambiente circostante. Aveva dei capelli corti di un grigio raro, una barba molto ben curata dello stesso colore, e degli occhi di un ceruleo soprannaturale, che sfociavano in uno sguardo penetrante.

«Immagino che lei sappia del perché si trova qua» esordì pacato.

Franco annuì serafico.

«Sa» proseguì il signor Peter «lei è una delle rare persone che si presenta qua totalmente rilassata. Spesso coloro che attraversano la soglia di quella porta hanno sempre un’espressione tesa».

«Forse coloro che attraversano quella soglia non sono certi di essere, come dire, perfettamente in regola. Io lo sono invece».

«Vedo che la sicurezza non le manca, signor Pancaldi! Mi dica, cosa la rende così tranquillo?».

«Sono sempre stato un uomo estremamente devoto, signore!».

«Devoto… In che senso, scusi?».

Franco, leggermente spiazzato dalla domanda, assunse un espressione confusa. «Come sarebbe a dire?».

«Dunque, immagino che lei sappia come funziona da queste parti. Occorre esaminare la sua situazione e, in caso di giudizio positivo fornirle l’apposito Badge per accedere al piano superiore!». Sam Peter indicò la porta in vetro alla sua sinistra, recante sulla soglia un lettore ottico.

«Da quando siete così moderni?» scherzò Franco.

L’altro sorrise. «Semplicemente vogliamo che siate il più possibile a vostro agio in un ambiente familiare in questi momenti. Concorderà certo con me che si tratta di una questione piuttosto importante. Ma torniamo a noi».

Il signor Peter appoggiò sulla scrivania una cartella sui cui era ben visibile un nome sul davanti: Franco Pancaldi.

«Questo è il suo dossier. Qui c’è tutto quello che sappiamo su di lei che sia degno di nota per il nostro scopo».

Sam Peter aprì la cartella, tirò fuori un foglio e lo lesse con un’espressione di ammirazione. «Debbo dire che lei ha un curriculum di tutto rispetto!».

«Grazie, signore!».

«Battesimo, Eucarestia, Confermazione, Riconciliazione, Matrimonio! I miei complimenti!».

«Le avevo detto che ero devoto!».

Il signor Peter sollevò gli occhi dal foglio. «Devoto? Oh, certo! Qui vedo che è sempre stato un assiduo frequentatore della sua parrocchia! Non mancava mai una messa e, come se non bastasse, cantava nel coro e si prodigava incessantemente nell’insegnamento del catechismo! Direi che avrebbe tutte le carte in regola!».

Franco sorrise fieramente. Era fatta ormai, tutti gli sforzi che aveva compiuto durante la sua lunga vita terrena erano riusciti a portare i risultati sperati. Quando si era trovato sulla soglia di quell’ufficio non era rimasto per nulla stupito. Era sempre stato spinto da un senso di fede incrollabile, non aveva dubitato nemmeno un secondo di un’esistenza ultraterrena. Era sempre stato un cattolico devoto, si era sempre battuto per la causa in cui credeva fermamente. E in quell’istante, ebbe la prova definitiva che tutto ciò che aveva fatto era stato riconosciuto dal messo del Signore. “Vita eterna, eccomi qua!”.

«Dunque devo assumere che il giudizio è positivo, che il test è superato! Mi dà il Badge per cortesia?» chiese Franco con un’euforia prorompente.

«Guardi signor Pancaldi, glielo potrei dire in mille modi, ma facciamo che scelgo il più diretto». Sam Peter lo trafisse con i suoi occhi azzurri e sentenziò: «No!».

Nuovamente l’espressione fiera e sicura di sé svanì, lasciando sul voto di Franco della confusa incredulità. “No? Come no? Starà scherzando, mi starà mettendo alla prova. Sì, deve essere così. Una prova. Adesso vedrà sicuramente come mi comporterò, come reagirò a questa cosa. Devo stare calmo. Sono certo che tra poco ci faremo una grossa risata e mi darà la Chiave!”.

Contro ogni sua aspettativa Sam Peter non si mosse di un millimetro e il suo volto restò immutato come fosse una statua di ghiaccio.

Passarono i secondi e ancora nulla. I due si guardavano negli occhi, immobili. Franco a quel punto iniziò ad andare nel panico. “Perché non dice niente? Perché continua a fissarmi? Non parlerà mica sul serio?”.

L’agonia cessò nel momento in cui il signor Peter parlò.

«Le ripeto la domanda. Lei ha sostenuto di essere devoto, ma devoto in che senso?».

Franco iniziava ad essere infastidito da tutti quegli indovinelli che non arrivavano al punto. «Come devoto in che senso? Devoto alla mia fede, devoto alla mia comunità, alla Chiesa Cattolica! Ha detto anche lei che ho un curriculum, se mi è concesso chiamarlo così, di tutto rispetto!».

«In che cosa consiste la sua devozione dunque?».

«Io credo in Dio, credo in Gesù Cristo e in ciò che ha compiuto, credo nello Spirito Santo, nella Santa Chiesa Catt…».

Sam lo interruppe di colpo. «Ha detto che crede in Gesù Cristo. Ebbene, crede anche nel suo messaggio?».

«Ovviamente!». Franco era esasperato da quella scarica di domande elementari.

«E allora perché ha fatto di tutto nella vita, a parte seguirlo?».

Il silenzio si affrettò ad abbracciare l’intero ufficio. L’atmosfera divenne tesa come una corda di violino. Franco rimase interdetto. Nel momento in cui la sua anima aveva lasciato il suo corpo si sarebbe aspettato di tutto, ma non questo. Non riusciva a capire dove quell’uomo, volesse andare a parare. In quel momento più che un messo del Signore gli pareva un demonio.

«Ha detto anche lei che sono stato un assiduo frequentatore della parrocchia! Questo come lo chiama?».

«Lo chiamo frequentare la parrocchia» disse caustico Sam Peter.

Franco si alzò in piedi, con l’animo che ribolliva. «Come sarebbe a dire? Ho consacrato la mia intera vita a Cristo!».

«Signor Pancaldi! Si sieda per cortesia, così non migliora le cose!».

«Non miglioro le cose? Da quando ne ho memoria metto Dio al primo posto! La mia fede non ha mai vacillato, sono sempre stato un uomo che basava la propria vita sul Vangelo, e adesso lei mi viene a dire che non posso accedere al Paradiso? Ma sta scherzando?».

«Sono serissimo! Adesso si calmi!».

Il tono autoritario di Sam Peter riuscì a far sedere nuovamente Franco, che nel frattempo digrignava i denti per la rabbia.

«Dunque se ho capito bene, secondo la sua tesi basta essere cattolici per accedere al Paradiso?».

«Mi pare il minimo!» sibilò l’altro inviperito.

«Quindi lei dietro quella porta, l’accesso al Paradiso come lo chiama lei, si aspetterebbe di trovare anche inquisitori, cacciatori di streghe, crociati, mafiosi e preti pedofili? In fondo erano tutti devoti cattolici!».

Franco incrociò le braccia. «Quelli non erano veramente cattolici! Quei blasfemi strumentalizzavano una fede giusta in modo abominevole!».

«E che mi dice di lei?».

«Prego?».

«Sul suo dossier c’è scritta ogni cosa. A cominciare dalle sue lezioni di catechismo. Erano un vero e proprio indottrinamento forzato, un cercare di manipolare giovani menti. Non pochi sono stati i bambini che si sono sentiti sbraitare parole poco lusinghiere da parte sua perché ponevano dei dubbi su certe questioni!».

«Sono dell’idea che, per avere una fede solida, sia doveroso eliminare delle nefandezze di fondo» ribatté l’altro.

Sam Peter scorse la risma del dossier con il dito e pescò un foglio. «Quindi, secondo lei, urlare in faccia a una bambina, cito leggendo, “Piccola eretica!” per il semplice fatto che per un istante aveva messo in dubbio il creazionismo, è cosa buona e giusta?».

«Non si può mettere in dubbio la Parola di Dio!» sentenziò sicuro Franco.

«No, no di certo, nemmeno di quello stesso Dio che dice di amare il prossimo come te stesso».

Franco rimase senza parole per quest’ultima frase. Chi si credeva di essere quell’individuo per giudicare la sua fede?

Sam Peter continuò imperterrito. «Mi dica, lei considera di essere stato un buon padre?».

«Certo! Ho sempre fatto in modo che ai miei figli giungesse una solida morale! Mi sono sempre prodigato nel fornirgli tutti i principi necessari per una vita giusta!».

«Fornirgli o imporgli?» la domanda arrivò con una rapidità eccezionale.

Un’altra stupida domanda. “Santo Iddio”, era proprio il caso di dirlo, “quando finirà questo tormento?”.

«Diciamo che mi sono battuto per educarli come meglio potevo!».

«Come con sua figlia Marika?».

«Che cosa vorrebbe insinuare?».

Il signor Peter prese un altro foglio dalla risma e iniziò a leggerne il contenuto.

«”21 gennaio 2010: la ventenne Marika Pancaldi si appresta a cenare con il resto della sua famiglia. Come ogni sera suo padre Franco insiste nel recitare la preghiera di ringraziamento. Giunto al termine del breve rito nota che sua figlia non ha aperto bocca e non ha partecipato alla preghiera. Inizia a chiederle il motivo, dato che aveva notato questo atteggiamento già diverse volte e lei gli risponde timidamente che nutre dei dubbi sulla sua fede. All’udire queste parole Franco si inalbera e il tutto sfocia una discussione molto concitata. I toni si alzano, e la tensione cresce sempre di più, fino a quando Marika, stufa di quell’atmosfera esplode e rivela di essere atea”».

Sam Peter prese un altro foglio.

«”24 gennaio 2010: Franco, ancora sotto shock per la rivelazione di sua figlia, con cui tra l’altro non parla da giorni, dopo la Santa Messa di domenica racconta al parroco l’intera situazione e ne invoca l’aiuto. Così lo invita al pranzo in famiglia per fare in modo che Marika si redima. Al termine del pasto il parroco non perde tempo e chiede di parlare con la ‘pecorella smarrita’. Lei, che aveva già compreso l’intera situazione esplode nuovamente dicendo di non volere essere trattata come una malata di mente da curare, ma che suo padre se ne deve fare una ragione e amarla per quella che è. Risultato: rapporto genitore-figlia irrimediabilmente incrinato”».

Franco, che sentiva montare dentro una rabbia crescente, iniziò a sbraitare.

«Non ho capito! Sta facendo la predica a me, che sono credente, quando è mia figlia l’atea con cui dovrebbe parlare?».

«Discuteremo più tardi dell’argomento credente/non credente. Quello che conta è che ha perso la complicità con Marika, se ne rende conto?».

«Crede che non sia addolorato per questo? Vuole infierire sulle mie disgrazie?».

«Parliamo ora di suo figlio Edoardo». Il signor Peter cambiò argomento in modo irritante. «Lei lo amava?».

«Che domande sono? E’ ovvio che lo amavo!».

L’altro sfilò un altro foglio dalla risma, senza dargli tregua. Si schiarì la voce e lesse di pari passo il testo.

«”20 agosto, 2011: all’età di 17 anni Edoardo Pancaldi, spinto dall’irrefrenabile desiderio di liberarsi del peso che lo stava opprimendo, decide di confessare ai genitori la propria omosessualità. Ada, sua madre, cattolica praticante, è certamente sorpresa, ma afferma che non ci sono problemi. Franco, suo padre, anch’egli cattolico, è convinto che ciò rappresenti una devianza mentale ed un atto impuro. Perde il controllo. Con in sottofondo le grida disperate della moglie, egli sfoga tutta la sua frustrazione prendendo a schiaffi e a cinghiate il figlio, convinto che questo possa condurlo sulla, tra virgolette, retta via.”».

«”Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole”» sentenziò Franco, citando il Levitico.

«Quindi in qualche modo lei giustifica quello che ha fatto a Edoardo».

«Sicuramente sono stato duro, ma ha funzionato. Sono riuscito a curarlo dalla sua devianza e l’ho salvato dal peccato mortale. Qualche anno dopo ha incontrato una bellissima ragazza, Clara, e si sono sposati! E adesso vivono felici e contenti!».

«Lei crede? I fatti parlano diversamente! Non l’ha, come dice lei, curato. L’ha solo costretto a reprimere la sua natura. Crede davvero che si sia sposato per amore? Nossignore. Edoardo si è sposato per paura. Gli ha provocato un trauma così forte che non ha più osato manifestare la propria omosessualità e si è visto costretto a tradire più volte Clara per dare sfogo ai suoi istinti. Il matrimonio in questo momento sta andando alla deriva, altro che “vivono felici e contenti”!».

«Lei sta mentendo!» urlò Franco.

«E’ anche libero di non crederci, signor Pancaldi! Tuttavia è quello che è successo e che sta succedendo in questo preciso istante!».

Nell’ufficio calò nuovamente un silenzio teso. L’unico rumore che lo spezzava era il respiro affannato di Franco, totalmente incapace di ragionare con lucidità e di controllare le sue emozioni. Aveva riposto ogni singolo istante della sua vita nella sua religione e adesso quel tizio stava smontando pezzo per pezzo ogni sua azione.

Ignorando che il suo interlocutore era una bomba a orologeria sul punto di esplodere, Sam Peter riprese a parlare.

«Vede, non è la prima persona che giunge qua con un ghigno beffardo ed è convinto di avere alle spalle una condotta impeccabile, quando in realtà non è così! Anzi, se devo essere sincero, siete sempre di più!

«L’altro giorno per esempio, ero al telefono con una mia collega che lavora presso l’Ufficio Islamico. Là è sempre pieno di gente che sono convinte di essere perfettamente in regola, ma con dei dossier che traboccano di azioni atroci! Stragi, spargimenti di sangue, attentati… E la cosa sconcertante è che loro credono di essere meritevoli del Pass proprio per quelle!».

«Ufficio islamico? Come fa ad esserci un Ufficio Islamico? La fede cristiano-cattolica è l’unica autentica!» ribatté Franco.

«Mi dispiace contraddirla ma di tipologie di Uffici ce ne sono a decine! Uno per ogni credo, inclusi anche gli uffici per i non credenti! Diciamo che è una manovra per semplificarvi le cose, per venirvi incontro!».

«Sta scherzando! Non esiste che sia così!».

«Vede, ora mi sta dimostrando il capostipite dei suoi problemi: la chiusura! In questo senso lei non è molto differente dai suoi amici islamici che si fanno saltare in aria uccidendo degli innocenti!».

«Cosa?» Franco ormai aveva raggiunto il limite della sopportazione. «Non osi paragonarmi a quelle scimmie! E’ ovvio che fanno quello che fanno: hanno una dottrina completamente sbagliata! Dovrebbero essere spediti all’Inferno all’istante!».

Il signor Peter non si fece condizionare dal suo tono e proseguì flemmatico.

«Quello che ignora è che c’è una gigantesca mole di casi di mussulmani a cui è stato concesso il Pass, così come c’è una grande mole di cattolici, induisti, ebrei, buddhisti, e anche, questo la sconvolgerà non poco, una buonissima percentuale di non credenti!».

«Quelle che dice sono eresie! Lei è il Diavolo!» strepitò Franco incrociando gli indici, come a voler compiere un esorcismo.

Sam Peter si portò una mano sulla fronte, esasperato da quell’atteggiamento. Riprese a parlare con una punta di durezza nella voce.

«Quello che deve capire è che queste distinzioni degli Uffici sono pura formalità. Glielo spiegherò in modo che capisca. Qua non ce ne frega niente di quale che il vostro credo, il vostro paese di origine, il vostro grado di istruzione, il colore della vostra pelle, se lo metta bene in testa! In questo luogo, in questo momento, quello che contano sono le azioni, i fatti concreti, non quanti sacramenti abbiate, o quante volte siate andati in chiesa. L’aderenza a una religione non è il fine, è il mezzo, è solo una base per riuscire ad avere una linea guida per compiere azioni virtuose. Questo è quello che a molti di voi religiosi sfugge.

«Il suo dossier è a dir poco agghiacciante. Andava in giro predicando, attaccando e difendendo a spada tratta un credo basato sull’amore e sulla compassione, ma quanto amore e quanta compassione ha messo nelle sue azioni? L’unico amore per cui lei si è prodigato è stato verso il suo stesso ego! E sa perché? Perché questa era la via più facile, signor Pancaldi».

Franco non replicò. Se ne stette immobile con lo sguardo vitreo a fissare il vuoto, ancora con una grande confusione in testa. L’unica verità che riconosceva in quel momento era che quell’uomo era pazzo, o peggio ancora era davvero Lucifero in persona, non c’era altra alternativa. E la Bibbia insegna che contro il male non bisogna avere nessuna pietà.

Con uno scatto, Franco si alzò dalla sedia e si lanciò sul signor Peter afferrandogli la giacca bianca, e tirandolo a sé.

«Dammi il Pass, stronzo!» sibilò.

«Gliel’ho già detto» disse l’altro guardandolo negli occhi. «Non se ne parla nemmeno!».

Con una precisione marziale gli assestò una potente palmata sul torace. Il dolore fu così intenso che Franco fu costretto a lasciare la presa.

«Sicurezza!» tuonò Sam Peter.

Con un tempismo spaventosamente perfetto, due uomini grossi come degli armadi comparvero nell’Ufficio. La loro uniforme bianca si intonava con l’ambiente circostante e i loro sguardi minacciosi non facevano presagire a Franco nulla di buono.

«Portatelo via!».

L’ordine del signor Peter arrivò fermo. I due gorilla nemmeno annuirono. Franco, prima di capire che diamine stesse succedendo si ritrovò bloccato. Iniziò a dimenarsi, ma fu tutto inutile. Gli armadi in uniforme lo avevano afferrato uno per braccio e non c’era modo di sfuggire a quella morsa letale.

Lo trascinarono verso la stessa porta da cui qualche minuto prima era entrato con un ghigno strafottente, sostituito in quell’istante da un’espressione raccapricciante da pazzo indemoniato.

«Criminali, servi del Diavolo! Che la punizione di Dio si abbatta senza pietà sulle vostre anime eretiche! Che il flagello divino non si faccia scrupoli a lasciarvi bruciare tra le fiamme dell’inferno, che…».

Sam Peter non udì il resto del discorso. Fortunatamente i due addetti alla sicurezza avevano chiuso la porta ed egli poteva finalmente far riposare i timpani.

Si gettò di peso sulla sedia sospirando, esasperato dalla situazione appena vissuta. Dal taschino della giacca prese un fazzoletto e si asciugò la fronte che nel frattempo era divenuta madida di sudore.

«E’ sempre più dura qua!».

Notò che sopra la porta di ingresso una luce che aveva iniziato a lampeggiare, segno che c’era un altra persona di cui occuparsi.

Immediatamente si ricompose. “Torniamo al lavoro ora, altrimenti chi lo sente il Principale? Speriamo solo che non si tratti di un secondo Franco Pancaldi, perché per oggi ne ho avuto abbastanza!”.

Sotto la scrivania si materializzò il dossier del richiedente. Il signor Peter iniziò a scorrere il testo velocemente, per dare una rapida occhiata alla situazione del soggetto.

Premette un tasto sotto al ripiano e la porta si aprì. Si stagliò la figura di un uomo sulla quarantina, calvo, con degli occhiali a montatura scura e un maglione dello stesso colore.

Non pareva per nulla teso e sfoderava un sorriso beffardo a trentadue denti.

“Eccone un altro” pensò Sam Peter, rassegnato. “Ecco che si ricomincia!”.

***

Hey! Siete ancora con me? Se state leggendo queste righe, probabilmente sì. E ve ne sono profondamente grato! Allora? Vi è piaciuto il racconto? Vi ha divertito? Vi ha fatto riflettere? Spero di sì! E come sempre, sono ansioso di leggere le vostre impressioni e i vostri commenti che sono sicuro posterete senza indugio qui sotto.

Forse, anzi, sare prono a dire quasi sicuramente, qualcuno potrebbe essersi infastidito per il racconto. D’altronde quando tocchi un tasto “tabù” come quello della religione vi sono folte schiere di persone che saltano come delle molle, ne sono consapevole.

Eppure, eppure… Questa pseudoprovocazione ha un senso. In questo articolo abbiamo inquadrato la questione in termini narrativi, ma nel prossimo riprenderemo l’argomento e tutti i pezzi del puzzle andranno al loro posto. La discussione dunque continua su La grande falla del cattolicesimo Vi aspetto dunque.

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo