Potere NoF (NoFilter)

Potere NoF (NoFilter)

13 Febbraio 2019 0 di danstilo

Lo scorso racconto nella sezione “Narrativa” aveva un che di drammatico. Tuttavia questa volta vorrei allietare le vostre menti con qualcosa di diverso, qualcosa di frizzante, qualcosa di… comico! E’ importante svagarsi e lasciarsi andare ogni tanto, eh! Mica si può stare sempre seri! Il presente racconto, che mi accingo a narrare, è ambientato in un luogo che oramai conosco a menadito: l’Università. L’inizio è tutt’altro che comico, tuttavia. Trattasi di un momento tragico nella vita di ogni studente. E come potremmo essere così cattivi da riderci su? Vi presento dunque, senza indugio Potere NoF.

«Le azioni degli uomini sono le migliori interpreti dei loro pensieri»

John Locke

Sto per farlo. Non ci credo, ma sto per farlo. Ho sempre cercato di seguire dei principi nella mia vita, ma non ce la faccio più. Sopportare oltre è impossibile. Troppi fallimenti, troppe delusioni, troppa frustrazione. Le ho provate tutte, ho fatto ricerche, mi sono rivolto a degli esperti, ma niente. Adesso è arrivato il momento di mettere un punto, di dire un sonoro BASTA.

Oggi supererò quel dannato esame.

Eccomi qui, dunque: nel bagno della mia università, a meno di mezzora dall’orale di immunologia. Per l’ottava volta. Sette tentativi, sette fallimenti.

“Sette tentativi?!” esclamerete voi. “Amico, allora faresti meglio a lasciare l’università!”.

Eh, no! Qui vi sbagliate. Vedete, io sono convinto che mi piaccia quello che studio, e che sia portato anche per l’università che frequento. I risultati delle altre prove parlano per me. C’è solo una piccola differenza. Erano tutti esami scritti. Questo è l’unico esame orale dell’anno, e non riesco a superarlo. Ci ho provato e riprovato, ma niente. E non venite fuori con la storia del “ma guarda che basta studiare bene”, perché il mio problema è un altro: io agli orali mi blocco.

Non ho idea di come abbia fatto a passare l’orale della maturità. Probabilmente, essendo in un ambiente più familiare e meno distaccato, sono riuscito a fare leva sulla compassione dei miei insegnanti. Ma qui siamo all’università, tutta un’altra storia: qui i professori non ti aiutano. Ti mangiano. Vivo.

Mi tocco la tasca dei jeans in cui ho la soluzione ai miei problemi. Un’innocente scatola di alluminio in cui tengo delle caramelle, con all’interno una pillola color violetto. La chiamano NoF, abbreviazione di NoFilter. Pare essere una sostanza psicotropa che agisce sui circuiti cerebrali dell’inibizione. Proprio quello che mi serve. Il mio problema non è la conoscenza degli argomenti, ma che non riesco a spiegarla, mi emoziono troppo. Se questo fosse un esame scritto potrei scrivere un trattato di trenta capitoli su tutto quello che ho studiato.

Sono teso. Decisamente non fa parte di me prendere sostanze, ma questa volta è causa di forza maggiore. Tremante, apro la scatoletta. Non devo pensarci, devo solo prenderla.

Forza Roberto, forza.

Afferro la pillola con uno scatto e, me la infilo in bocca. Aspetto, immobile, un segno, un effetto. Niente.

Passano i minuti e ancora non sento cambiamento alcuno.

E se non funzionasse? Se dovessi ancora fallire? Oddio, che cosa succederà? Farò sicuramente scena muta. Verrò bocciato di nuovo. Non riuscirò mai a finire l’anno, poi andrò fuori corso, non prenderò mai la laurea, poi dovrò mollare a metà il corso. E chi lo dice poi ai miei?

Sento bussare. Una voce familiare interrompe il mio flusso di pensieri. «Dovrei andare in bagno! Tutto bene, là dentro?».

«Sì, sto verificando se questa droga che ho appena preso influisce effettivamente sul mio cervello!».

Un momento.

Mi accorgo solo ora di cosa ho appena detto.

L’altra persona dietro la porta pare perplessa. «Cosa?».

Cazzo, cosa mi salta in mente di dire?

«Niente, ora esco!».

Ci metto un secondo a collegare questo comportamento. La NoF. Sta facendo effetto. Forse anche troppo.

Esco dalla toilette a sguardo basso con il volto vermiglio.

«Signor Cipressi! Le va di scherzare quest’oggi, vedo!».

Sollevo gli occhi verso l’interlocutore, il dottor Osvaldo Fadi, il mio professore di anatomia, che mi fissa divertito. Vorrei sotterrarmi in questo preciso istante. Proprio a me deve capitare di incontrare un professore mentre deliro in bagno sotto gli effetti di una sostanza psicoattiva. Visto il risultato, se avessi detto “sto facendo a pezzi un cadavere per poi gettarlo nello scarico del cesso”, probabilmente avrebbe iniziato a rotolare a terra dall’ilarità. Questi docenti universitari…

Mi incammino verso l’ufficio del mio (poco) amato professore di immunologia Giancarlo Mesa, evitando gli sguardi di tutti i presenti nel corridoio. Nel frattempo la mia mente si lascia andare a miriadi di pensieri che si presentano a me sotto forma di beneamate seghe mentali.

«Ho fatto una bella figura di merda poco fa. Speriamo che la NoF non mi giochi qualche brutto tiro anche durante l’esame. Sarebbe un disastro se-».

Mi blocco. Senza rendermene conto ho appena rivelato ad alta voce ogni pensiero. Mi tappo la bocca con le labbra, come se servisse a qualcosa.

«Ehi, Roberto!».

Una voce poco gradita richiama la mia attenzione. Splendido. Di solito non mi considera nessuno e ora, magicamente incontro tutti per questo cavolaccio di corridoio.

I miei occhi si alzano al cielo quando vedo venire verso di me…

«… Quella pigna in culo di Bianca».

Oh no. Di nuovo ho parlato senza rendermene conto. Di nuovo ho manifestato al mondo le mie opinioni. Ho paura che questo dialogo prenderà una brutta piega.

«Prego?» chiede lei, come se non avesse sentito bene.

«Niente» mi affretto a rispondere. «Spero solo tu non abbia sentito!». Mi colpisco la testa con il palmo della mano. Non ho più controllo. Mi sto mettendo nella merda da solo.

«Sentito cosa?» mi chiede.

«Ti ho dato della…» avanti, avanti, avanti, non dirlo, non dire “Pigna in culo”. «Pi-P-P-Pi».

Bianca mi fissa stranita.

«N-niente!». Con uno sforzo madornale riesco a trattenere la mia lingua, che in questo momento è in piena anarchia. Non è colpa mia se la penso davvero così, però devo controllarmi!

Faccio per andarmene quando il suo tono stizzito mi ferma. «Aspetta lì, carino! Non hai ancora dato la tua conferma o meno per la festa di fine anno! Ci sarai oppure no? Guarda che non è facile organizzare tutto, devo sapere chi c’è e chi non c’è, e poi devo anche raccogliere le quote dei partecipanti, non posso mica sborsare tutto di tasca mia. A proposito mi dai la tua quota? Guarda che ormai ci siamo, non manca molto, quindi devi darmi ora la tua conferma!».

«Oh! Chiudi quella fogna!».

«S-scusa!» sussurra lei sorpresa.

«Cazzo non volevo!» esclamo. «Cioè, volevo, perché sei davvero fastidiosa! Ma devo rispettare delle convenzioni sociali che mi dicono di non trattare male gli altri! In più oggi è l’ennesima volta che devo fare l’orale di immunologia e quindi la cosa mi turba, vorrei solo finire questo esame infernale e andarmene a casa, non ne posso più».

«Sei agitato per l’esame, capisco, scusa!» esclama in tono mansueto.

Sono sorpreso di come bastino poche parole dette nel modo giusto per mettere in riga qualcuno di fastidioso ed arrogante. Forse questa NoF non è così male, in fondo.

La guardo mentre gira i tacchi e si allontana senza aspettare oltre, lasciandomi contemplare il suo lato B.

«Sarai anche una pigna, ma hai davvero un culo magnifico» mormoro accidentalmente.

Lei si ferma e si volta.

Cazzo, mi ha sentito.

Intravedo i suoi occhi iniettati di sangue e mi irrigidisco quando inizia a dirigersi verso di me come un animale inferocito. Dicevamo sulla NoF? Che non era così male?

Inizia ad inveire con la sua voce stridula, puntandomi il dito per intimorirmi. «Senti, depravato! Il fatto che tu abbia un esame non ti dà il diritto di trattarmi così! Abbi un minimo di rispetto! Già mi urli in faccia “chiudi quella fogna”, poi quando mi allontano fai commenti sul mio culo!».

«Commenti lusinghieri! Pensa se ti avessi detto che hai un culo flaccido» replico sfacciatamente, sempre senza rendermene conto.

Da come mi guarda sembra che da lì a poco le possa iniziare ad uscire del fumo dalle orecchie.

«Adesso finiscila!» strepita lei a squarciagola, facendo voltare metà della gente presente in corridoio (l’altra metà ci stava fissando già da un bel pezzo).

Non so che cosa mi prende in quel momento ma sbotto. «Ehi! Mi spieghi perché ce l’hai tanto con me? Per tutto questo anno accademico sei stata con il tuo gruppo di oche a parlarmi alle spalle. “Guarda Roberto come si è vestito oggi”, “Guarda Roberto che capelli orrendi che ha oggi”, “Guarda Roberto che si crede chissà chi solo perché passa gli esami”. E adesso te la stai prendendo con me per un commento? Ma vaffanculo!».

Non credo a quello che ho detto. Una boccata di ossigeno, un toccasana, una sensazione magnifica.

Guardo Bianca pietrificata davanti a me, ancora con l’indice alzato e la bocca semiaperta, per cercare invano di replicare. Prima che possa dirmi qualsiasi cosa mi volto e mi allontano per raggiungere lo studio di Mesa, trotterellando per i corridoi come un bambino che ha appena ricevuto il suo lecca-lecca. Un sorriso intriso di vittoria mi segna il volto. Non credevo sarei mai riuscito a fare una cosa del genere. Mitica, questa sostanza!

Busso alla porta dello studio del professore, ancora euforico, dimenticandomi che tra poco devo sostenere un esame.

Sento un tono austero e poco amichevole provenire dall’altra parte. «Avanti!».

Spalanco la porta aprendo le braccia.

«Buongiorno» intono a gran voce, manco fossi un tenore sul palco della più prestigiosa opera mondiale. Non ci posso fare nulla, è l’ondata di esuberanza di poco fa.

«Si sente bene?» mi chiede Mesa con il sopracciglio alzato.

«Certo che sì, anche se da quello che le dirò nei prossimi minuti a lei sembrerà il risultato di un trip di acidi» rispondo prontamente, entrando e sedendomi.

Splendido, altra battuta fuori luogo.

«La smetta di parlare a vanvera! È pronto per l’esame? Lo riuscirà a passare oggi?».

«In realtà vorrei non farlo e ottenere comunque un voto alto, lo meriterei solo per tutte le volte che mi sono presentato qua». Sono sorpreso di questa sfacciataggine.

Il professore solleva un sopracciglio e mi riprende severo. «Non scherzi! Ha studiato questa volta? È preparato?».

L’euforia del primo momento si sta piano piano affievolendo. Ora la preoccupazione inizia ad essere dominante. Aggrappato alla disperazione per via della mia carriera accademica, non avevo previsto un particolare: la NoF agisce con un meccanismo del tutto random. Potrei in qualunque momento confessare al professore che…

«… Mi sono drogato per superare il suo esame!» esclamo in automatico annuendo come un ritardato.

«Come sarebbe a dire?».

«Mi sono drogato di studio» improvviso, per sviare il pensiero. «In chiave metaforica, ovviamente! Non letteralmente! Significa che ho studiato davvero tanto, ma tanto tanto».

Abbozzo un sorriso forzato.

«Cipressi, sia serio e si concentri. È l’ottava volta che è qui, dopo sette scene mute!».

«Grazie per avermelo ricordato» rispondo sarcastico, come se stessi parlando con un amico al pub. Sono completamente fuori controllo.

Mesa mi scruta, per capire cosa mi stia succedendo. «Soprassediamo su questo commento. Prima iniziamo e prima posso tornare alle mie ricerche. Tanto sono certo che con lei non ci vorrà molto».

Lo fulmino con lo sguardo. «Crede di essere divertente?». Pessima, pessima idea. I professori hanno il coltello dalla parte del manico. Un commento così mi può costare l’esame. O peggio.

«La smetta con questo tono irriverente!». Il modo con cui pronuncia queste parole mi suggerisce che dovrei finirla. Il fatto è che non riesco. Sto attraversando una stanza di fuoco dopo essermi fatto il bagno nella benzina. Il risultato è abbastanza lampante.

NoFilter significa “senza filtro”, ma non “senza filtro a comando”. Avrei dovuto prendere un semplice ansiolitico per questo esame.

Coglione che non sono altro. Coglione, coglione…

«Coglione» mormoro, nuovamente dando vita ai miei pensieri in modo involontario.

Mesa sgrana gli occhi. «Cosa?!».

«Non lei, io!» rispondo impacciato.

«Avrei potuto cacciarla al primo commento, ma per sua fortuna sono clemente! Adesso però si dia una regolata!».

Scoppio a ridere come un isterico, mentre dentro di me imploro la mia volontà di evitare questo stream of consciousness manifestato al mondo. Tutto inutile.

«Lei… Clemente?! Sette volte sono stato qui per dare il suo esame e tutte le volte ha fatto di tutto per mettermi a disagio. Frecciatine, battute di pessimo gusto, rimbeccate ai limiti dell’insulto! Chi cazzo si crede di essere? Solo perché ha una cattedra allora può decidere di fare il bello e il cattivo tempo a suo piacimento?!».

La tensione alimenta il silenzio che segue. Dallo sguardo del professore, pare proprio che nella sua carriera accademica nessuno gli ha mai dato una strigliata come si deve. Tuttavia voglio che questo inferno finisca, perché mi sto giocando la mia di carriera accademica. È sufficiente rimanere qua un solo minuto per delle conseguenze imprevedibili.

Mi alzo di scatto e faccio per andarmene, quando il Mesa tuona: «Dove crede di andare?».

«Lontano da qui, altrimenti, visto il suo caratteraccio, potrebbe sfuggirmi qualcosa di ancor più colorito!». Perché inventarsi una scusa plausibile, quando puoi semplicemente esternare al mondo tutti i tuoi pensieri per via di una pillola magica che annulla ogni filtro?

Mi concentro per arginare i danni. Cerca di non pensare a niente, cerca di non pensare a niente. Non devo pensare che questo tizio è un grande stronzo. Non devo pensare che questo tizio è un grande stronzo.

«Non devo pensare che questo tizio è un grande stronzo!» esclamo a pieni polmoni. Mi porto la mano davanti alla faccia.

Non ho il coraggio di guardare Mesa. Ora ho davvero esagerato. Peggio di così non poteva andare. Sollevo timidamente gli occhi verso il mio interlocutore. Paonazzo, con il collo che gli pulsa, mi fissa come se da un momento all’altro mi voglia scaraventare la cattedra addosso. Mentre scorgo che il suo volto viene segnato da un rivolo di sudore, il mio sguardo si posa su un particolare, che probabilmente avrei fatto meglio a non notare.

«Cazzo quanto suda! Si sta formando un acquapark sotto le ascelle della camicia!». Il commento caustico – la mazzata finale – esce dalla mia bocca limpido e fluido.

Il professor Giancarlo Mesa perde completamente il controllo e si alza di scatto tuonando: «Adesso se ne vada! Fuori di qui! Ora!».

Sbatto la porta dello studio dietro di me. Un disastro. Un’ottava scena muta sarebbe stata più dignitosa, almeno non mi sarei giocato il mio percorso universitario. La colpa è solo mia che ho voluto prendere quella cazzo di pillola.

Mentre cammino per i corridoi metto distrattamente la mano in tasca. Gli eventi dell’ultima ora sono stati provanti per la mia mente, avverto un leggero capogiro. La dose di NoF che ho preso mi ha completamente prosciugato le energie. Estraggo dalla tasca la scatoletta di alluminio dove tengo le solite caramelle per contrastare un eventuale calo di zuccheri, il luogo in cui avevo nascosto anche quella droga infernale.

Rimango sconcertato quando la apro. Tra tutte le caramelle bianche ne spicca una violetta. La NoF? Che cosa ci fa lì? Avevo una sola dose e l’avevo utilizzata meno di un’ora fa. Ricordo che ero nel bagno quando me la sono infilata in bocca.

Un terribile sospetto mi si palesa di fronte agli occhi.

Io non ho mai preso la NoF.

Ma com’è possibile? Ho in mente il chiaro ricordo di me che prendo la pillola e me la infilo in bocca. Indubbiamente in quel momento ero teso, preso dal momento, non ero sicuramente lucido. Il fatto che la NoF sia ancora nella scatoletta però è un fatto. La deduzione più immediata è che nella penombra del bagno e nella fretta del momento abbia sbagliato e abbia inavvertitamente preso una banale caramella alla menta. Deficiente che non sono altro. Richiudo la scatola e la rimetto in tasca.

Come ho fatto allora a sperimentare gli effetti? Come ho fatto a parlare senza filtro in quel modo, a rispondere davanti a persone a cui non avrei mai osato fare una cosa del genere?

La risposta più realistica che mi balza in mente è l’effetto placebo. Avevo letto tempo fa che a volte il nostro cervello riesce a ricreare gli effetti di determinate sostanze anche solo credendo di averle assunte. Nel mio caso ho scambiato una caramella per la NoF. Era tutto autentico, tutto partiva da me.

Raggiungo nuovamente il bagno in maniera furtiva. Non vedo nessuno, perfetto. Mi infilo nella toilette e chiudo la porta alle mie spalle. Aprendo la scatoletta delle caramelle, ho cura di estrarre questa volta la pillola giusta. Bellissima ed infernale al tempo stesso, come la mia ex. La osservo tenendola delicatamente tra l’indice e il pollice, nello stesso modo con cui un orefice terrebbe un prezioso. Se sono stato capace di fare quello che ho fatto, figuriamoci cosa potrei fare con questa. Ma non prendiamoci più per il culo.

Prendo un respiro e posiziono la mia unica dose di NoF sopra lo scarico della toilette. Oggi ho avuto la prova inconfutabile che non ho bisogno di questa merda. Lascio la presa con animo sereno, sentendo il tintinnio prodotto dall’urto con la superficie solida, e infine l’inconfondibile plicdella pillola che finisce nell’acqua.

«Adieu».


Eccoci dunque alla fine. E’ proprio vero che fare ridere le persone è decisamente più difficile che farle piangere o spaventare, quindi mi auguro vivamente di avervi strappato almeno un sorriso con questo breve intreccio. Sono ansioso di leggere i vostri commenti.

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo.