Ghostwriter

Ghostwriter

16 Gennaio 2019 0 di danstilo

Hey! Dan Stilo chiama Terra! Vi ho bombardati di podcast in cui abbiamo discusso di vari argomenti (si fa per dire discusso, lasciatemi pure un commento ogni tanto senza paura). Abbiamo trattato (uso il plurale maiestatico perché me la voglio tirare) di creatività, di meditazione, e di unicorni. Scommetto che anche voi avete voglia di tirare un attimo il fiato, di evadere per un po’, di staccare la spina, come si suol dire. Ebbene, oggi continuo con la categoria “Narrativa”, in cui mi diverto a creare brevi racconti per allietare le vostre anime. Credo di essermi dilungato un po’ troppo, lascio ora la parola al Dan Stilo creativo, e buona lettura.


Scrivere. Quanto è bella questa parola. Musicale, poetica. Ricordo ancora quando scrivere era la mia passione più grande, la mia ragione di vita, il modo di esprimere al mondo il mio pensiero, il dono più grande che la vita stessa potesse farmi.

Ricordo quando mi chiudevo in camera mia e il tempo volava. Non riuscivo a controllarmi. Quando mi arrivava un lampo di creatività non c’era scusa che teneva. Potevo avere avuto una giornata infernale al lavoro, essermi distrutto i muscoli a forza di palestra o avere litigato ferocemente con la mia fidanzata, ma se la sera un’idea, anche piccola, si presentava, mi armavo di penna stilografica e la concretizzavo. Come un Demiurgo che dalla materia informe plasma la vita, io, dall’informe inchiostro plasmavo racconti di ogni tipo.

Una storia dopo l’altra, sviluppavo i miei intrecci, e dire che mi divertivo è riduttivo. Costruivo interi mondi, da quello più inverosimile a quello più realistico e vivevo le avventure con i miei personaggi. I loro amori, le loro sofferenze, le loro vittorie. Quello che provavano loro, lo provavo anche io sulla mia pelle. Ripensandoci ora, mi viene un brivido.

Sentivo la creatività che mi pervadeva, una scossa di inventiva che mi dava una serenità fuori dal comune. Adesso invece quello che provo ora è un vuoto incolmabile. Chi leggerà queste righe penserà immediatamente a una cosa: il blocco dello scrittore. Quella frustrante mancanza di idee che qualunque creatore di romanzi come me ha sperimentato almeno una volta nella vita. E io dico MAGARI! Magari si trattasse di un semplice blocco. Magari si trattasse di un semplice attimo in cui la mente ha solo bisogno di un poco di riposo, di un poco di svago per riuscire a riempirsi nuovamente di nuovi colori ancor più sgargianti.

Invece la faccenda è immensamente più terribile. La carta e la penna sono l’unica mia speranza, l’unica ancora che mi salva dal precipitare nel baratro della follia. Le righe che scrivo sfuggendo alla sorveglianza sono intrise del mio essere, quello autentico, quello a cui LORO non sono minimamente interessati.

Sono diventato un impianto industriale oramai. Sono diventato una semplice macchina. Prigioniero in questa cazzo di società che riconosce solo un dio: il dio denaro. Non c’è più umanità, non c’è più cuore. Se inizi a parlare di queste cose ti prendono per pazzo. Ti dicono “adattati e sarai felice”.

Beh, io non sono felice. Non lo sono per nulla. Hanno eliminato quel concetto dalla mia mente per riempirlo con i loro “valori”. L’apparenza, il vuoto, l’effimero. Qui la fa da padrone chi riesce a fregare il prossimo. Tu parli di compassione, loro ti ridono in faccia. Tu parli di etica e ti liquidano come noioso. Tu parli di sacrificio e ti danno dell’idiota: il “non sbattersi più di tanto per ottenere i risultati che si vogliono” è una regola. È tutto una schifezza, un bitume, una discarica a cielo aperto.

Mi illudevo un tempo di potere fargli cambiare idea. Ero armato di tanta buona volontà e di un’energia fuori dal normale. Un ottimismo esagerato, a tratti quasi sconsiderato animava le mie giornate e mi rendeva solare. Indubbiamente ero ingenuo. E’ bastato veramente poco perché il gorgo mi risucchiasse senza che nemmeno me ne accorgessi.

Il telefono squilla. Mi vogliono. Decido di ignorarlo e di continuare con il mio lavoro clandestino. Di certo sono loro. Immagino già che cosa possano volere da me. I clienti aspettano. Gli introiti ristagnano. Sono solo un piccolo ingranaggio di un grande marchingegno il cui scopo ultimo è fare soldi. Tanti soldi. Più soldi di quanti se ne possano fare senza arrivare a un limite. All’ego dell’uomo un limite non si trova mai. È una continua macchina programmata per l’ingordigia più sfrenata, guidata da una mente malsana convinta di possedere l’onnipotenza e l’immortalità.

I miei burattinai continuano a reclamare. Immagino che non gradiscano ciò che sto scrivendo sul loro conto. Sinceramente, questo è l’ultimo dei miei pensieri. Mi sembra di impazzire in questo posto. Mi sento morire dentro a poco a poco. Sto perdendo la mia umanità e la scrittura è l’unica arma che ho per combattere questa sensazione infernale che mi logora.

Ho terminato quello che mi avevano chiesto, ma so che non si fermeranno qua. Incapaci. Inumani. Non hanno il benché minimo rispetto di quello che significa Arte. Sono riusciti a mercificare anche questo ora, la creatività. E io sono un loro schiavo invisibile. Uno schiavo moderno che non ha via d’uscita. Un povero idiota costretto a-


Merda. Era arrivato qualcuno. Ci è mancato poco. Sono riuscito a nascondere tutto quello che avevo scritto e me la sono cavata per il rotto della cuffia. L’ansia mi pervade e non cessa di consumare il mio animo, ormai divenuto troppo vulnerabile. Le mie difese cedono a poco a poco. Sento che il palmo della mia mano è intriso di un sudore copioso. Il mio corpo non riesce a calmarsi. Anche se sono passati diversi minuti, non riesco a levarmi di dosso questa sensazione di panico che mi attanaglia sempre di più.

Come le altre volte, esattamente come le altre volte, non è cambiato nulla. Sono arrivati loro, hanno richiesto il mio lavoro, ed io, a testa bassa gli ho dovuto cedere il frutto di mesi di scrittura e rimaneggiamenti. Il mio decimo lavoro. Il mio decimo romanzo in mano a quei mangiasoldi senza scopo, buoni di usare la penna solo per firmare un assegno. Bestie.

Quando immaginavo il mio futuro vedevo me stesso come un grande scrittore. Sognavo una routine scandita solamente dal picchiettio dei tasti del mio portatile, intento a recepire ogni mio comando per la creazione di una nuova opera. Un lavoro affascinante, intriso di piacere. Una vita a contatto con la fantasia, con la creatività. Avevo la visione di me stesso che guardava soddisfatto la copertina del suo primo romanzo, frutto di mesi e mesi di duro lavoro. Immaginavo-


Merda. Di nuovo ho sentito dei rumori e di nuovo ho dovuto interrompere tutto, preso dal panico. Panico senza fondamento, perché nessuno è entrato, erano solo dei rumori esterni. Per la fretta in cui volevo nascondere questi fogli ho anche urtato con il ginocchio il tavolo, e adesso al dolore morale si è aggiunto anche quello fisico. Stronzi. Non smetterò mai di maledire chi mi ha rinchiuso in questo posto. Sento che sto diventando paranoico. L’ansia non mi lascia nemmeno un istante, ormai sento che sto impazzendo. Sì, sicuramente.

No, non sto impazzendo del tutto, non impazzirò fino in fondo fino a quando sarò in grado di muovere la penna su questo foglio e di esorcizzare senza filtro ogni pensiero che mi attraversa la mente. La mia arma però si sta smussando, non so fino a quanto riuscirò a resistere. Dopo più di dieci anni qua dentro, senza mai uscire, senza mai godermi un briciolo di libertà la strada verso la pazzia è dietro l’angolo.

Ho pregato, ho pregato il Cielo che questo inferno finisse. Nessuno mi ha mai risposto. La Divina Provvidenza sembra essersi dimenticata di me. Ho provato ad accettare questa cosa, ho provato ad adattarmi, ma non ce l’ho fatta. L’unica cosa che mi poteva consolare in questo lungo tempo, che mi poteva distrarre dalla mia condizione di prigionia, era l’unica ragione per cui mi hanno rinchiuso qui dentro. La mia abilità nella scrittura.

Perché questo è il mondo vero. Popolato da bestie interessati solo al conto in banca. Gente che si è dimenticata che cosa significa sentimento, emozione, cuore. E vanno sul facile per spegnere il cervello in modo più efficace possibile, credendo di avere raggiunto chissà quale felicità. A che cazzo serve essere gli unici sani in un mondo di folli?

Quell’ignobile romanzo che mi hanno portato via non era Arte, non era nulla. Era un insipido insieme di parole buttate sul foglio per riempire il bianco e svuotare la testa di chi lo leggerà. E quel povero stronzo del lettore crederà che sulla copertina ci sia scritto il nome del vero autore, quando alla fine quel nome appartiene all’ennesimo incapace, troppo pigro per scrivere qualcosa, ma sempre pronto a sborsare per ottenere successo. E io, come un fantasma rimarrò nell’ombra di queste mura a scrivere senza sosta romanzi di merda per gente di merda.

E io giuro che non ce la faccio più. Lavoro dopo lavoro, romanzo dopo romanzo, ho dimenticato cosa significa autenticità. Mi sono eclissato in una spirale di apatia e la mia mente è rimasta cristallizzata. Per loro le cose non potevano andare meglio di così. Un povero schiavo che sforna “capolavori” da vendere al primo plutocrate in grado di sborsare abbastanza per essere ricordato come l’autore dell’opera.

È ovvio che questo fosse il loro obiettivo. Mi hanno rinchiuso in questa prigione dorata, convinti di questo, che sarebbe arrivato il momento in cui non avrei nemmeno più avuto il desiderio di opporre resistenza. Oppure ho solo represso i sentimenti che covavo per tutto questo tempo ed ora sono usciti allo scoperto frantumando la mia mente ormai mummificata.

Non ce la faccio. Sento ormai che la mia volontà è al limite. Le energie mi abbandonano e quella flebile fiammella che sentivo prima ardere timidamente nel mio cuore si è spenta del tutto. Francamente non ho la minima idea di come stia riuscendo nel mio intento di scrivere.

Sento dei passi, sento dei rumori, ma questa volta non mi fermerò. So che è arrivata la fine, accetto il mio destino. Non ho nulla da perdere. Se continuassi, il supplizio non avrebbe mai fine, potrei scrivere anche trenta romanzacci, ma loro non si fermerebbero mai, macchine da soldi senza cuore che non sono altro. Anzi, cercherebbero di sfruttarmi ancora di più.

La porta della mia cella si sta aprendo, ne avverto il cigolio. La mia mano si muove con una foga quasi inumana, come se usasse tutta la vita che le rimane per lasciare un segno il più tangibile possibile. La penna si appoggia sul foglio con un’energia in grado quasi di squarciarlo.

Sento loro che si avvicinano sempre di più. Molto probabilmente bruceranno questa mia lettera, molto probabilmente nessuno la leggerà mai. Dovrei essere abbattuto per questo, ma nel mio cuore in questo momento non c’è spazio per nessun sentimento, positivo o negativo che esso sia.

Sento che mi chiamano. Decido di non girarmi e di continuare a imbrattare la carta con foga. Mi intimano una seconda volta, in modo più duro e autoritario, di prestare loro attenzione e di smetterla di fare qualsiasi cosa io stia combinando.

Col cazzo. Io continuo a fare quello che voglio. Possono tenermi recluso a scrivere romanzi di merda per conto di altri, ma non possono assolutamente impedirmi di avere un barlume di libertà negli ultimi, pochissimi attimi che mi restano.

Ecco, odo le loro voci ancora più alte, si stanno alterando. Ci godo. Ci godo? Senza accorgermene sento i muscoli del volto in tensione. Avverto che sorrido dal nulla. Sento la fiammella dentro al mio cuore accendersi di nuovo. Un tripudio di sentimenti mi indonda l’animo di una luce candida se annichilisce l’apatia che si era impossessata di me. La sensazione che ormai avevo riposto nell’oblio si ripresenta. Eccola, l’originaria sensazione che mi ha portato a diventare quello che sono. Il piacere di sfidare la società, armato solo della mia penna. La missione di ogni scrittore in questo schifo di mondo!

Iniziano ad emergere sentimenti contrastanti, allorché sento uno di loro avvicinarsi a passi pesanti alla mia scrivania. Sento che tremo, inutile dire che sono terrorizzato, ma non posso fare a meno di crogiolarmi nella sensazione del piacere. Finalmente ho ritrovato quella libertà che mi era stata negata, quella libertà che avevo sepolto sotto il vuoto che mi avevano imposto.

Uno dei miei carcerieri, ormai vicino, non cessa di urlarmi frasi che non posso sentire. Sono troppo concentrato sul mio foglio e troppo impegnato ad ignorarlo. La fine è ormai vicina, lo sento, lo accetto. Di certo non mi fermerò proprio ora! Andrò fino in fondo, fino a quando ne avrò forza, fino a quando mi sarà concesso, fino a quand-


E questo è tutto, folks. Mi sono divertito molto a scrivere questa breve vicenda. Ho voluto testare qualcosa di più innovativo rispetto alla solita narrazione in terza persona, di qualcosa un po’ più fuori dagli schemi. Mi auguro davvero che l’esperimento sia riuscito e che abbiate trovato la narrazione incalzante e coinvolgente. Ovviamente il tema è portato all’estremo, tuttavia vorrei che questo racconto fosse anche uno spunto di riflessione sul mondo in generale. Come avrete di certo intuito, la narrazione è ambientata in una sorta di futuro distopico, che tuttavia ha molte affinità con il nostro presente. Il fatto che, per esempio, il vuoto, l’ignoranza e le apparenze stiano dilagando in questa società è tangibile. Che cosa ne pensate voi? Sono ansioso di leggere i vostri commenti (positivi o negativi), non siate timidi!

Sinceramente Vostro,

Dan Stilo